Fantascienza d’Italia

Disegnare il Futuro

Intervista ad alcuni dei maggiori artisti del fantastico Italiano

A cura di Claudio Chillemi

da Fondazione SF Magazine 29

 

Fondazione ha una lunga tradizione artistica. È stata una delle poche riviste di Fantascienza e del Fantastico a pubblicare fumetti, a indire un concorso per “immagini di fantascienza” e, infine, a chiamare grandi illustratori italiani a stranieri a realizzare le sue cover. Ecco perché, in questo nuovo rinascimento dell’arte fantascientifica in Italia, abbiamo voluto chiamare quattro tra i maggiori esponenti per rispondere a qualche nostra domanda.

Si tratta dello storico illustratore Giuseppe Festino, già illustratore per Urania, per la storica rivista Robot e per mille altre iniziative editoriali. Di Maurizio Manzieri, candidato al Premio Hugo 2021, conosciutissimo all’estero, vincitore di svariati premi della critica e dei lettori. Quindi di Franco Brambilla, che illustra le copertine di Urania, e collabora con diverse case editrici; vincitore di numerosi Premi Italia ed Europa. E, infine, Tiziano Cremonini, figlio d’arte, illustratore poliedrico che svaria dal design, alla pubblicità, alle riviste a fumetti e ai romanzi di fantascienza e del fantastico.

Riuniti tutti in un consesso virtuale, i quattro magnifici esponenti dell’arte dell’illustrazione fantastica italiana ci hanno così risposto.

1.Quali sono, a vostro parere, le caratteristiche che deve avere un artista per disegnare “il fantastico”?

Brambilla - Secondo me deve affiancare a una grande preparazione tecnica la passione per il genere e la profonda conoscenza dei mondi che si troverà ad illustrare

Festino – Dovrebbe essere interessato a ogni argomento e possedere un ampio archivio di immagini, in modo da essere in grado di affrontare soggetti più diversi.

Cremonini - Certamente la fantasia. E anche molta attenzione al modo che ci circonda; spesso intuizioni o idee possono venire stimolate dai contesti più disparati. Certo, poi conta anche una buona capacità di rappresentazione. Tante persone con un’ottima mano, tuttavia, bravissime a disegnare, non sempre riescono a produrre immagini che siano in grado di suscitare emozioni o riflessioni, o invogliare ad acquistare il libro, nel caso di una copertina. Personalmente ho letto fin da ragazzo tanta fantascienza (meno il fantasy) per cui mi sono sempre sentito attratto da queste tematiche.

Manzieri - Di solito siamo ingaggiati per la nostra abilità nell'immaginare 'cose che non esistono'. È certo relativamente più facile riprodurre pedissequamente una foto, interpretare un ritratto, dipingere un paesaggio, una natura morta, piuttosto che cimentarsi in una creatura aliena, un'astronave rigeliana o un dragone adirato. Forse l'inclinazione al fantastico risiede nell'aver vissuto una vita all'impronta della fantasia, leggendo fiabe e tanta fantascienza, cercando di rimanere un po' bambini con il desiderio di meravigliare e restare meravigliati dall'Universo che ci circonda.

2. Quando pensate alla copertina di un romanzo o di un racconto l’attinenza alla trama è fondamentale, o preferite dare più spazio alla vostra fantasia?

Brambilla – Credo sia fondamentale, bisogna tener presente che “dietro” c’è il libro, una storia ben precisa. Personalmente non mi sento costretto ma anzi stimolato dai “paletti” entro cui si deve stare per realizzare l’immagine

Festino – Personalmente, avendo iniziato a illustrare racconti, mi pare necessario rappresentare uno o più momenti significativi della storia. Per quanto riguarda la copertina dei romanzi, mi sembra ci sia una maggiore libertà creativa. Comunque, converrebbe aggiungere sempre qualcosa che rimandi al testo, alla descrizione dell’ambiente contenuto nel libro o alle figure del protagonista.

Cremonini - Spesso mi capita, sui social, di assistere a discussioni tra appassionati su cover che magari non rispettano alla lettera il testo del romanzo. Ma basta pensare al mitico Thole e ci rendiamo subito conto che sono altri gli aspetti che sono in grado di attirare l’attenzione dell’osservatore e suscitare emozioni. Anche l’input dell’art director o del curatore della collana può certamente contribuire a una buona copertina. Personalmente ho trovato molto stimolante interagire, quando possibile, con l’autore stesso del testo da illustrare. Se lui rimane soddisfatto e ritrova gli elementi del suo racconto nella tua rappresentazione visiva, direi che è un ottimo risultato.

Manzieri - La fantasia si scatena liberamente quando si realizza una tavola non commissionata, oppure quando molto raramente viene concessa carta bianca per la presentazione di una serie di idee. Lavorando per un editore esistono parametri scritti o sottintesi. Talvolta l'Art Director avanza richieste ben precise sotto forma di una scheda, oppure seleziona una pagina della quale si desidera venga realizzata una scena. Le mie opere includono messaggi subliminali e una componente narrativa che mi ha consentito spesso di mediare esigenze artistiche personali con quelle dell'editore.

3. Il vostro lavoro vi ha portato a fare le esperienze più disparate, quali sono quelle che vi hanno dato maggiore soddisfazione artistica?

Brambilla - Illustrare Urania da vent’anni è sempre un’esperienza molto appagante. Sono anche molto soddisfatto dai riscontri positivi e dall’interesse che suscita ancora il mio progetto artistico “Invading the Vintage” in Italia e soprattutto all’estero.

Festino – Sentirmi dire da un autore che sono stato capace di interpretare molto bene quello che lui ha messo nel libro, Ma mi rendo conto che è quasi impossibile riuscirci. Io ci provo, se non altro. Come diceva giustamente Karel Thole: “se dai a dieci illustratori lo stesso soggetto, lo immagineranno in dieci modi diversi”.

Cremonini - In oltre trent’anni di attività professionale mi sono trovato a lavorare per la pubblicità, la comunicazione e l’editoria realizzando, letteralmente, di tutto. Ma realizzare la cover per un libro di fantascienza, per me, è la cosa di maggiore soddisfazione.

Manzieri - La mia carriera si dipana in un arco quasi trentennale, e racchiude molte esperienze piacevoli e indimenticabili. Negli ultimi anni ho collaborato numerose volte per la Svizzera come Visual Artist, contribuendo alle due grandi manifestazioni Fantasy Basel e Zurich Game Show con una serie di poster ufficiali e programmi di conferenze. Soltanto in questo 2021 ho ricevuto lo European Grand Master Award per il mio contributo nel campo dell'Imaginative Realism, e sono finalista al Premio Hugo come Miglior Artista Professionista. Una sezione del mio portfolio che sto portando avanti con piacere da diversi anni è quella dedicata alla saga dell'Universo Xuya di Aliette de Bodard (serie finalista al Premio Hugo nel 2019).

4. Il disegno è un linguaggio universale, un po’ come la musica e la fotografia, a differenza della letteratura che invece deve essere tradotta. Questo lo ritenete un vantaggio? Vi ha aiutato a esportare il vostro lavoro? Oppure l’Italia è ancora in situazione di svantaggio rispetto ad artisti di altre nazioni?

Brambilla - Il fatto che si tratti di immagini è sicuramente un grande vantaggio quando ci si propone all’estero. Con l’avvento della rete e del digitale chiunque da qualsiasi parte del mondo può vedere i tuoi lavori e commissionarti una illustrazione. Non è più così netto il confine tra il mondo del lavoro in Italia e nel resto del mondo

Festino – Dovrebbe essere un vantaggio, infatti. Ma se non ci si attiva di persona, nel nostro Paese sono pochi coloro che pensano valga pena rappresentare il lavoro dell’illustratore fuori dai nostri confini.

Cremonini - Direi che lavorare con le immagini aiuta tantissimo, si parla una lingua universale, che non teme confini. La rete e i social, poi, permettono di raggiungere tutto il sistema solare e i suoi abitanti ;-)

Per quello che riguarda l’illustrazione fantastica, l’Italia non è certo il migliore dei mercati. Tutt’altro. Ma il bello dei nostri tempi è poter lavorare nel borgo più sperduto per editori di tutto il mondo.

Manzieri - Sicuramente l'arte figurativa gode del privilegio di essere fruita immediatamente dappertutto, ma a seguire l'avvento di Internet il numero di artisti è aumentato esponenzialmente. Il livello di competizione è altissimo e prima di porsi in gioco è bene guardarsi in giro e analizzare le proprie opere con spirito critico. L'Italia gode della fama di fucina di creatori in tutti i campi artistici; quindi, non credo siamo affatto svantaggiati rispetto ad altre nazioni. Sempre più fumettisti italiani vengono 'rapiti' dalla Francia e dagli Stati Uniti, mentre altri illustratori vengono nominati per premi prestigiosi. Cito ad esempio Daniele Serra, candidato quest'anno al World Fantasy Award.

5. Nella vostra arte avete dei riferimenti classici importanti? Se è sì, quali?

Brambilla - Sicuramente il surrealismo, la cultura pop.

Festino – Nel mio caso, credo sia arcinoto che devo la mia professione alla sensazione di stupore che provai davanti alla copertina realizzata da Curt Caesar per Urania. Da ragazzino avevo già visto qualcosa di bello, ma non altrettanto interessante.

Cremonini - Sono figlio d’arte. Mio padre era scultore e pittore, mia madre è pittrice. Fin da bambino ho avuto la casa piena di libri d’arte, disegni di ogni genere e tecnica possibile. Poi mi sono appassionato al fumetto e all’illustrazione fantastica. Son cresciuto a Manara, Moebius, Caza, Bilal, Crepax e poi rimasi folgorato da Chris Foss, Vallejo, Peter Ellson e tantissimi altri.

Manzieri - Uno degli artisti internazionali che più mi ha ammaliato con la sua produzione fantastica è stato Michael Whelan, autore di innumerevoli copertine di fantascienza e fantasy, da me intervistato anni orsono per la rivista Delos. Se mi trovo a scrivere questa intervista, lo devo in gran parte alla magia dei suoi pennelli. Altri nomi che ho seguito con interesse nel corso degli anni: Roger Dean, Jim Burns, Bob Eggleton, Patrick Woodroffe, Virgil Finlay, Ilene Meyer, fino ai recenti John Picacio, Dan Dos Santos, Donato Giancola. Nel campo della nona arte ho seguito con ammirazione: Vicente Segrelles, Barry Windsor Smith, Moebius, il duo Schuiten e Peeters. La lista potrebbe riempire diverse pagine... mi piace esplorare la rete alla ricerca di dipinti di vecchie e nuove leve.

6. Tutti quanti voi avete contribuito a realizzare numerose copertine di Fondazione, e di questo la redazione vi è grata, anche perché alcune di queste immagini sono diventate iconiche. Rispondete “sì” alla prossima domanda: siete disposti a contribuire ancora alle copertine della rivista?

Brambilla - Ah ah, sì e spero un giorno di venire a trovarvi di persona.

Festino – Nei limiti del possibile ben volentieri.

Cremonini - Assolutamente SI!

Manzieri - Certo... ho aperto di recente un conto su Terminus, adesso accetto anche Crediti della Fondazione!


Fantascienza d’Italia
Ovvero quando a parlare sono i protagonisti
a cura di Claudio Chillemi
                                                                                            da Fondazione SF Magazine 15

L’idea di far parlare sulla fantascienza italiana alcuni dei suoi più illustri protagonisti, è venuta alla redazione di Fondazione a pranzo. Uno di quei momenti di sublime convivialità e goliardia che non mancano durante le Convention. Progettare questa iniziativa non è stata, comunque, una cosa semplice, anche per una questione geografica: noi, poveri sudisti, ai confini dell’impero; e tutta la gente “che conta” al Nord, fatta eccezione, forse, per il buon Altomare. Nel periodo della posta elettronica, però, sono problemi risolvibilissimi ed è subito partita una lunga sequela di botta e risposta. Iniziamo, quindi, con la prima domanda e…Buona Lettura.

  1. Quali sono, a vostro parere, i rapporti tra la fantascienza italiana e il mondo culturale del nostro paese?
Lippi: Scarsi. Il mondo culturale ha un po’ dimenticato la fantascienza, volutamente e, secondo me, colpevolmente. Pochissimi giornali ne scrivono, radio e TV non ne parlano quasi mai, l’editoria non vuole sentir ragioni. Siamo in fase di luna nera, per tutta una serie di congiunture e miopie.
Vegetti: Oddio la nostra cultura è decisamente provinciale. Non è inusuale che i letterati (ma se per questo anche gli analfabeti) quando scrivono storie fantascientifiche, ci tengono a dire che le loro storie non lo sono.
Malaguti: Furono ottimi negli anni '60, particolarmente vivaci, quando ogni autore di estrazione "culturale" si cimentava (o, come da antico malvezzo, faceva finta di "inventare") con la fantascienza. Poi l'autoghettizzazione degli anni '70 e '80 - di origine fantascientifica - e la decadenza della cosiddetta "cultura" accademica nostrana hanno prodotto non tanto una frattura, quanto un'assenza di rapporti, tra i due mondi. Attualmente questi rapporti sono buoni quando si confrontano le parti migliori dei due schieramenti, pessimi quando si incontrano le parti peggiori, o, peggio ancora, quando si tentano piaggerie, vittimismi, crociate che non hanno senso né conseguenze utili. Ma è un discorso molto lungo, e non lo si può affrontare in poche righe.
Brambilla: Francamente non ne ho idea... sono due universi paralleli fatti di materia e antimateria? Mah... azzarderei un : rapporti pessimi e/o inesistenti.

Altomare: Fantascienza = ufologia. Appassionati di fantascienza = fanatici degli omini verdi.

  1. L’Italia ha senza dubbio una lunga tradizione in materia di letteratura fantastica che ci fa conoscere anche all’estero, se si pensa ad esempio al Pinocchio di Collodi o all’Orlando Furioso di Ariosto; per non parlare del popolarissimo Salgari. Eppure, nel mondo fantascientifico, non ci avviciniamo a questi livelli e i nostri scrittori hanno una rilevanza internazionale limitata rispetto, ad esempio, a quelli del mondo anglosassone, a vostro personale giudizio da cosa dipende tutto questo?
Montanari: Oltre al fatto che in Italia non si investe sul best seller di fantascienza, gli autori italiani che sanno scriverla non vengono considerati perché, appunto, scrivono fantascienza: un vero e proprio circolo vizioso. L’Italia inoltre ha una visione della cultura fantascientifica troppo stereotipata, questo non limita solo la capacità di crearla ma anche e soprattutto la capacità di capirla, quindi non è in grado di percepirne l’importanza, né di impegnarsi per promuovere all’estero gli scrittori e le opere che lo meriterebbero: altro circolo vizioso.
Altomare: Cacchio che domanda! Il paragone è terribilmente pesante. Ma forse possiamo usare una similitudine per rispondere. Quando ho iniziato a fare l'ingegnere nessuno mi conosceva se non per il mio nome e cognome. Mio nonno è stato un costruttore vecchia maniera, di quella generazione a cui bastava una stretta di mano per stipulare accordi. Dopo trent'anni di attività professionale mi sono ricucito addosso il nome tutto mio ed è molto raro oggi che mi associno a mio nonno. Ce ne ho messo di tempo, di pane duro e di notti insonni, ma ora mi sono costruito il mio recinto abbastanza ampio. La fantascienza italiana, seppur con basi antiche, è giovanissima, ha da poco cominciato a farsi conoscere in Italia e all'estero. Diamole tempo e qualcuno di noi sarà novello Dante o Ariosto. Ehm... esagerando un po'....
Malaguti: Dal fatto che il mercato anglosassone è il più ricco e numeroso del mondo, ma anche il più protezionista e sciovinista, di difficile accesso a chi non scrive in inglese: e dal fatto che di traduttori dall'italiano in inglese o in altre lingue ce ne sono pochissimi nel mondo. In più, non ci sono - come avviene in Canada, a esempio - incentivi governativi all'esportazione del prodotto letterario. In più, con il crollo dei grandi mercati dell'Est (ricordo che un libro di Lino Aldani faceva minimo due milioni di copie, in Unione Sovietica, a suo tempo) i nostri spazi si sono ulteriormente ristretti. Ma è un problema della narrativa italiana in generale, non di quella specifica del fantastico.
Brambilla: Penso che tra le cause ci metterei l'arretratezza culturale, la pessima abitudine di dividere la cultura in alta e bassa (e qui ci sta la fantascienza secondo la gran parte delle "persone di cultura" italiane insieme al fumetto e ai "cartoni animati"), il poco peso che diamo alle materie scientifiche rispetto alle materie umanistiche.... E non mi riferisco solo alla scuola. Gli autori che citate sono importanti ma morti da almeno un secolo... ok Salgari è morto nel 1911, quindi quasi un secolo... Ultimamente mi pare, da quel poco che leggo, che i nostri scrittori abbiano una limitata rilevanza internazionale non solo nel campo fantascientifico e forse è un po' tutta l'Italia che da un po' si è scelta (o ritrovata) la posizione di "provincia dell'impero" o no?
Sosio: Be', certamente Calvino ha questo tipo di rilevanza internazionale. Evangelisti a suo modo. Giriamo la domanda: quanti sono gli autori che non scrivono inglese ad avere rilevanza nel mondo della letteratura fantastica? Qualche esempio viene alla mente, ma si contano sulle dita. Molto banalmente, credo che la risposta sia che se scrivi in inglese puoi essere letto e tradotto in tutto il mondo, se scrivi in una lingua diversa sei handicappato in partenza.
Vegetti: Aver perso la guerra ha aiutato molto. Al senso di colpa per essere stati fascisti, si è aggiunto un senso di inferiorità. Scrivere all’italiana rischiava di far passare per fascisti o peggio. Di qui le storie, anche molto buone, a imitare gli americani. D’altra parte abbiamo ampiamente imbastardito la nostra lingua infarcendola, senza orgoglio, di parole straniere (senza adattamenti: direttamente in pseudo inglese, con a volte risultati ridicoli).

  1. Esiste, a vostro parere, una “sudditanza” della fantascienza italiana nei confronti di quella anglosassone? E se sì, che consigli date per affrancarci da questa sudditanza?
Sosio: Sicuramente. Sono molto pragmatico e terra terra: visto che la gran parte della fantascienza pubblicata è anglosassone, chi scrive fantascienza in Italia quasi sempre comincia a farlo sulla base delle sue letture. Posto che sia un male questa sudditanza, ed è tutto da dimostrare – la cultura anglosassone ha un sacco di cose da insegnarci, secondo me – riuscirermo a superarla solo quando (se mai accadrà) ci sarà un cospicuo mercato di autori italiani e cominceranno a nascere e crescere autori con punti di riferimento in scrittori italiani. Non credo sia il caso di trattenere il fiato nell'attesa.
Lippi: Esiste un’enorme sudditanza, nonostante tutto. Una volta verso la sf scritta, oggi verso il cinema. Non si può farci niente: il fascino che subiscono gli autori è contagioso. Nessun paese non anglosassone ha più un’autonomia nel campo del fantastico: ce l’hanno i tedeschi, forse? Eppure hanno avuto Hoffmann e Kafka. Ce l’hanno i francesi? Ahimé no, ed è un peccato per il paese di Verne e Jacques Spitz. Dipende dal fatto che l’industria della fantascienza e fantasy è stata creata dagli americani (a danno spesso degli stessi inglesi) e che la gente, di solito, non legge di propria iniziativa ma quello che passa il convento. A parte questo, la loro produzione è ricca e numericamente imponente da un secolo e mezzo.
Montanari: Se esiste, allora io non riesco a riconoscerla come tale. Né schiavitù né soggezione, semmai rispetto nei confronti di chi è stato capace di proseguire una tradizione centenaria senza mai declassarla a letteratura di serie B.
Vegetti: Attualmente la sudditanza è minore ed i lettori si stanno abituando a leggere gli italiani. Altieri sta facendo molto per la letteratura di genere. Se le sue scelte pagheranno, avremo un buon futuro davanti.

  1. Quali sono le tematiche, le forme narrative, gli espedienti espressivi, che la fantascienza italiana dovrebbe perseguire per darsi una sua identità che la renda originale e diversa dalle “altre” fantascienze di stampo anglosassone?
Brambilla: Non saprei, mi è difficile separare le fantascienze in base alla nazione dello scrittore o alla sua derivazione culturale. Quando un libro mi piace non bado alla percentuale di italianità che contiene, l'importante è che mi coinvolga e incuriosisca al punto da voler scoprire come andrà a finire il più in fretta possibile.

Altomare: Semplicissimo, prima di tutto pescare nel suo retroterra mitico-favolistico. Partendo dai romani e dai popoli che li hanno preceduti, ma anche senza andare troppo indietro nel tempo. Le nostre contrade sono così ricche di storie e personaggi fantastici che dovremmo sfruttare, mentre ci ostiniamo ad andare dietro a draghi, elfi, troll e funghi (come scherza una nota pubblicità). Finché proseguiremo per questa strada saremo sempre una colonia, e neanche troppo sviluppata. In secondo luogo tentare di sviluppare una narrazione mediterranea, solare e marinaresca.
Montanari: Se si studia a tavolino come costruire forme narrative originali, si perde l’originalità in partenza. Regole e forme meccaniche di scrittura nulla hanno a che vedere con l’originalità o l’identità che, a mio avviso, deve essere personale dello scrittore e non nazionale. Non si dovrebbe pensare a come scrivere, si deve scrivere e basta: sono la capacità espressiva e gli argomenti che lo scrittore è in grado di proporre che fanno la differenza, è l’istinto soggettivo che realizza l’opera e non la ragione oggettiva. Inoltre, inserire strutture e tematiche adeguate a una identità nazionale comporta il rischio di imprigionare la fantascienza italiana in Italia, di crearle una vera e propria cella di isolamento: la fantascienza deve oltrepassare i confini, non imporseli in nome di una illusoria originalità.
Lippi: Non esiste una ricetta e mi rifiuto di sottoscrivere quello che è stato detto in passato a proposito dell’umanesimo, di una maggiore finezza psicologica dei nostri autori, di una “ricerca dell’uomo” (qualunque cosa voglia dire) e cose simili. Ogni scrittore deve regolarsi come crede meglio. E poi, uffa, questi argomenti annoiano! (Ma vengono ripetuti da …nt’anni con invidiabile costanza.)
Sosio: Non penso sia una questione di tematiche o di forme narrative. Certo, sono un po' ridicoli i racconti italiani con protagonisti che si chiamano John e Jack. Al di là di questo, il discorso si fa difficile; nel giallo, per esempio, la forte identità italiana aiuta il lettore a immedersimarsi di più nel racconto, ma il lettore di gialli o di thriller è molto meno immerso nel genere di quanto non sia il lettore di fantascienza, spesso è occasionale. Il lettore di fantascienza quasi sempre è un appassionato, uno che vive di pane e science fiction; il fatto di trovarsi di fronte a qualcosa che si distacca decisamente dalla fantascienza anglosassone, alla quale il lettore è abituato, finirebbe per risultare controproducente. A meno che non si giochi con molta intelligenza: penso per esempio ai romanzi di Fabriani e alla sua agenzia Ucci, scritti con stile e ritmi decisamente americani, ma iniettati di italianità, insieme a una buona dose di humor.

  1. Quali sono a vostro parere gli scrittori di fantascienza che più hanno influenzato il mondo fantascientifico italiano? E quali, tra essi, hanno avuto un influsso maggiormente positivo?
Vegetti: Fra gli stranieri certamente Verne ed in misura minore Wells. Ma non possiamo dimenticare gli autori dell’Età d’Oro: Asimov, Heinlein, Clarke. Fra gli italiani Salgari, Aldani, Rambelli (nel bene e nel male), Sandrelli, Falessi e Malaguti. Aggiungerei anche Lippi che si è sempre sforzato di tenere aperto agli italiani. Un caso a parte Viviani, che come editore ha fatto moltissimo per la fantascienza italiana.
Lippi: In passato penso Lino Aldani, soprattutto, e Vittorio Curtoni attraverso la sua opera complessiva di autore, curatore di collane e traduttore. Oggi forse Valerio Evangelisti, che però non scrive esattamente fantascienza.
Malaguti: Bene, dividiamoli nel tempo: dagli anni '50 agli anni '70, ovviamente, Matheson, Brown, Clarke e Pohl. Successivamente, Dick, la Brackett, Andre Norton, e per una certa parte circoscritta, William Gibson. Poi ci sono i seguaci di Stephen King, i maniaci di Frank Herbert, gli adoratori di Robert Heinlein. A giudicare dai risultati, chi ha tentato di seguire le mode o gli autori maggiori raramente ha ottenuto risultati apprezzabili. Lo ripeto: l'imitazione è quasi sempre negativa. Lo scrittore che può emergere è quello che legge tutti gli altri, e poi imita solo se stesso.
  1. Perché il mondo del fantastico in Italia non riesce a produrre veri e propri best seller, fatta eccezione per i noti Evangelisti e Manfredi?
Altomare: . Prima di tutto perché non ci credono gli editori. Un best seller va ‘spinto’, mentre tutta la programmazione italiana è lasciata a se stessa e a pochissima pubblicità per la maggior parte in siti specializzati seguiti da lettori che già acquistano libri di autori italiani. La seconda ragione è che si continua a etichettare la produzione italiana. Ho fatto una piccola prova. Durante un incontro tra vecchi amici (una decina) ho portato alcuni dei miei libri per regalarli. Quando li ho presentati mi hanno chiesto: di cosa trattano? Leggende popolari, fantastico, humor, fantascienza. Per non farla troppo lunga, quelli di fantascienza me li sono riportati indietro. Insomma, il fantastico in generale viene accettato, ma la fantascienza no. Allora lasciamo perdere le etichette, altrimenti ci ingabbiamo da soli.
Montanari: Perché in Italia non si investe sul best-seller, nel senso che non si fa e non si spende nulla per crearlo. Il best-seller non è solo un libro accattivante nei contenuti, è anche un libro supportato da diverse forme pubblicitarie che lo fanno conoscere, che fanno sapere al pubblico che può piacere. Alla base delle vendite, soprattutto letterarie, c’è la curiosità e la curiosità si anima attraverso il “movimento”. Il libro è come un fantasma, se non fa scompiglio, se evita le apparizioni, se sta zitto e si limita a star impilato su una colonnina in libreria, sarà difficile che qualcuno lo noti (a parte qualche medium di passaggio).
Sosio: I best seller sono per loro natura delle eccezioni, e il fantastico italiano qualcosa che ha venduto bene lo ha prodotto; non penso solo a Evangelisti o Masali, ma anche, per esempio, ad Avoledo per restare vicini alla fantascienza. Se si scende nel campo del fantasy però gli esempi lievitano: basta citare Licia Troisi, Pierdomenico Baccalario, Roberta Rizzo, ma ce ne sono altri. Forse è solo la fantascienza vera e propria che non produce best seller, ma d'altra parte in Italia non vendono molto neppure gli autori stranieri.
Lippi: Non credo che il fantastico interessi molto la gente comune, in questo momento, se non per le ragioni sbagliate. Vanno a vedere a frotte i film di effetti speciali e leggono i cicli fantasy, quello è per loro il fantastico. La fantasy edulcorata produce bestseller, ma non è fantastico che offra un’alternativa.
Vegetti: Gli editori non ci credono nella fantascienza. Per fare un best seller occorre che l’editore investa. Poi ci sono i successi per caso. Ma sono le eccezioni.

  1. Secondo voi l’assioma: “il lettore italiano legge poco e quando legge non legge fantascienza” risponde al vero o è un luogo comune?
Malaguti: È allo stesso tempo un fatto e un luogo comune. In Italia la lettura non è praticata come in altri paesi, è vero. Se guardiamo però le statistiche relative a dieci o vent'anni, troviamo che le opere di fantascienza, sia pure attraverso molteplici edizioni e riedizioni, sono quelle che alla fine risultano lette assai più di opere che durano lo spazio di un mese o di un premio letterario. La percentuale di chi legge, oggi, tra i giovani, a esempio, non è mutata negli anni. Se ci rendessimo conto di quanti assiomi sono basati più sul capriccio del momento che su dati reali…
Vegetti: Banale ma vera. I lettori di fantascienza sono diciamo 10.000; a volte leggono anche altro. I genitori hanno la strana idea che i libri costino. Ed i ragazzi si adeguano.
Sosio: Indubbiamente oggi si legge molto meno di quanto accadesse una volta. È anche indubbio che oggi la fantascienza non è un genere di moda, quindi la legge solo uno zoccolo duro di appassionati. Prima o poi arriveranno nuovi cicli di fortuna della fantascienza.
Lippi: Dicono che legga poco, ma allora come mai ogni anno si producono quintali di nuovi titoli? Che non legga fantascienza, o ne legga poca in questo momento, mi pare evidente, anche perché l’offerta degli editori è bassissima. Se provassimo ad aumentarla?
Altomare: E' senza dubbio vero ma perché, come detto, continuiamo a etichettare la nostra narrativa, ne ho già parlato prima. Il lettore italiano ha solo bisogno di buona narrativa, di qualsiasi genere (e sono d’accordo con De Turris che sostiene la fine del genere’ quale diversificatore della narrativa). Ho partecipato a concorsi ‘normali’ con racconti fantastici e molti li ho vinti. Le giurie non facevano differenza di genere, hanno soltanto premiato un buon racconto.
Montanari: Luogo comune. Chi legge poco legge davvero poco (se arriva a un libro all’anno è già un traguardo), non può quindi essere definito “lettore”. Il lettore italiano legge, magari non arriva a dieci libri l’anno, ma gli piace leggere e se gli viene proposto un libro di fantascienza non lo disdegna: è un libro, potrebbe piacergli, potrebbe divertirsi quindi…“perché no?” Il vero lettore sa che un libro è una questione di emozioni, sa che un libro è la storia che narra e non il contesto in cui viene proposta.
  1. Oltre quella letteraria, in quale altra forma si esprime meglio, a vostro parere, la fantascienza?
Brambilla: Il fumetto e il cinema d'animazione sono media perfetti per fare fantascienza.
Lippi: Nei fumetti e nel cinema.
Montanari: Nelle serie televisive. Rispetto al cinema infatti, la serie televisiva ha possibilità spazio-temporali maggiori, quindi ha l’opportunità di sviluppare, raccontare, spiegare e mostrare tutte le sfaccettature di una storia fantascientifica e dei personaggi che la abitano. Un approfondimento riservato, nella sua completezza, alla televisione e che il cinema riesce a proporre solo attraverso la realizzazione di sequel e prequel, e comunque non con la stessa efficacia.
Malaguti: Per circoscrivere la questione al nostro paese direi che la forma migliore e il maggiore apporto dato dai nostri artisti alla sf in generale sia relativo alle arti figurative. Da Caesar in poi, i nostri artisti, o quelli maturati in Italia, sono sempre stati tra i migliori del mondo.
Vegetti: Certamente i telefilm.
Altomare: Se vogliamo restare in Italia ci sono degli artisti formidabili, a cominciare da Brambilla e proseguendo per la Cesaroni, ma l’elenco sarebbe troppo lungo.
Sosio: A mio avviso certamente la fantascienza televisiva. Ovvio, ci sono grandi film e ci sono fumetti straordinari. Facendo un confronto tra tv e cinema, noto che in generale i film tendono a doversi rivolgere a un pubblico troppo generalista e quindi finiscono per semplificare il messaggio (spesso fino a livelli sconfortanti). Viceversa la serie televisiva punta a un pubblico ristretto, fedele, e ha tutti gli spazi per approfondire il discorso. Naturalmente il gioco ha le sue regole; il telefilm prodotto per il grande network dovrà cercare di restare in gioco mantenendo un’audience elevata, e non sempre questo è possibile senza danneggiare la qualità del prodotto. Il telefilm per la tv via cavo avrà più libertà ma meno soldi a disposizione. Una limitazione che non ha impedito la realizzazione di un capolavoro come Battlestar Galactica.
  1. Quanto è importante il contributo del fandom elettronico (webzine, portali informativi, ecc…) al mondo della fantascienza italiana?
Sosio: Caspita, penso che sull’argomento ci si potrebbe scrivere un libro, e bello grosso. Vediamo di identificare alcuni punti base. Mi sembra evidente che oggi come oggi la gran parte della comunicazione avviene in rete. Ci sono ancora fanzine stampate, convention, tutte cose bellissime e meritorie, ma è chiaro che il grosso degli appassionati di fantascienza vive di forum, di mailing list, di blog. Le stesse webzine ormai danno l’idea di qualcosa appartenente al passato. Non è necessariamente un bene. Le riviste su carta o le riviste online come Delos hanno ancora la possibilità di offrire contenuti molto più approfonditi di quelli che normalmente offrono i blog. Ma i nuovi modi di comunicare contrappongono vantaggi di tipo diverso. Forse in Italia quando si pensa al fandom su internet la mente va subito a Delos (che da tempo non è neanche più attività amatoriale) o a webzine come Continuum. Ma il fandom su internet è qualcosa di enormemente più vasto e che ormai difficilmente si può cogliere con un solo sguardo. Questo perché mentre una rivista, una fanzine o una webzine si occupa di un argomento specifico - fantascienza, per dire - un blog si può occupare di molti argomenti diversi; troverai quindi post di fantascienza su migliaia di diverse pubblicazioni online, che toccano questo argomento solo occasionalmente. Poi c’è l’altra faccia della medaglia: aggregarsi in rete è così facile da rendere possibile l’atomizzazione delle passioni. Per cui, se negli anni settanta facendo un club cittadino cercavi di radunare tutti quelli che in un modo o nell’altro erano interessati al fantastico, oggi in dieci minuti puoi mettere in piedi un forum per gli appassionati di un singolo determinato romanzo o film o serie televisiva, anche la più strana, magari mai vista in Italia, e in pochi giorni avrai radunato una piccola ma significativa comunità. Un po’ come è accaduto per la fantascienza stessa, il fandom è apparentemente moribondo, ma in realtà non è mai stato un fenomeno così vasto.
Brambrilla: Può servire molto a divulgare le tematiche fantascientifiche oltre che a mettere in collegamento le persone che lavorano nel settore, a creare connessioni e ad approfondire le conoscenze su tutto quello che si desidera... Certo conoscere l'inglese è basilare ma se si vuole scoprire qualche cosa su un libro, film, autore in rete si trova tutto.

Vegetti: Non saprei. La qualità del fandom elettronico mi pare modesta. Appena si alza un po’ fuori, l’appassionato è subito arruolato. Manca una formazione, una costanza, in genere, fortemente presente in altri paesi. Mancano i progetti comuni ed anche iniziative importanti dipendono troppo dai singoli.
Altomare: Credo sia vitale. Non lo amo molto, forse perché sono costretto a stare dieci ore al giorno al computer e pensare di andare a leggere qualcosa 'fuori' dal mio orario di lavoro al computer, mi dà i brividi, ma in un momento in cui la lettura è negletta, credo che si deve percorrere le altre strade più frequentate.
Malaguti: Purtroppo il pubblico letterario che naviga in rete regolarmente è ancora intorno al 15% del totale. Fatto salvo questo dettaglio, direi che l'avvento del web ha tolto di mezzo un sacco di cartaccia e ha permesso una varietà di proposte e di idee che la fanzine cartacea, che aveva comunque bisogno di un minimo di spese per esistere, non poteva permettere.
Montanari: È molto importante, soprattutto se si pensa che buona parte dei navigatori di Internet sono giovani, che durante la navigazione si scoprono nuovi mondi -i portali informativi-, isole fantascientifiche -webzine- sui quali altrimenti forse mai approderebbero. Per chi invece ha già viaggiato in questi mondi, il fandom elettronico è un ottimo punto di riferimento.
  1. Anche la fantascienza televisiva in Italia non ha mai avuto un grande successo, restando spesso e volentieri in posizione di ripiego nelle classifiche dell’Auditel. Secondo voi da cosa dipende questo?
Lippi: Mah, forse dal fatto che lascia molto a desiderare.
Brambilla: L'Auditel, ah ah ah, ma esiste ancora? La televisione pubblica (nel senso di non a pagamento) è troppo ottusa e retrograda... ormai chi segue una serie lo fa sul satellite, si compra i dvd dall'estero o si scarica gli episodi dalla rete sotto titolati perfettamente in italiano. Io adoro Lost che per puro caso è arrivato perfino sulle reti pubbliche (forse perchè si svolge su un'isola... più che famosa infame) ma altre serie meravigliose tipo Battlestar galactica o Firefly (x citarne 2 a caso) arriveranno tra anni se mai arriveranno doppiate da Magalli... No grazie! E poi forse ci sono troppi concetti profondi e complessi nelle serie fantascientifiche, tematiche che potrebbero far avere un pensiero indipendente (e qualche dubbio) al povero spettatore ...e sicuramente si vedono troppo poche " tette e culi" per interessare alle reti TV del nostro bene amato Paese. Le poche che passano vengono spostate lungo il palinsesto per far spazio a altri programmi se non addirittura eliminate e comunque spesso i dialoghi e le scene sono tagliate, riviste e corrette!

Malaguti: Ma qualcuno ha visto, da Andromeda in poi, la produzione fantascientifica circolante in Italia? E ricordando che le serie hanno un pubblico fedele ma di nicchia, e che è sempre mancato il fenomeno di traino, ci meravigliamo dell'audience ridotto? Mi risulta che quando la TV ha passato film come Guerre stellari o E.T., l'audience è stata più che soddisfacente.
Montanari: Torno a una delle risposte sopra, dove affermo (per esperienza diretta e non per sentito dire) che il mondo culturale italiano ha una visione della fantascienza stereotipata che limita la capacità di capirla, di conseguenza il pubblico non viene aiutato a comprenderne gli assiomi, i paradossi, non viene invogliato a tradurne il linguaggio, il genere diviene quindi “difficile” e il difficile spesso si traduce in noia. Aggiungerei che buona parte degli spettatori, e più che mai quelli televisivi, non conoscono, non usano (neanche istintivamente), la “sospensione dell’incredulità”. Decine di volte ho sentito dire, parlando di un film o di un telefilm fantascientifico: «che stupidaggini, queste sono cose impossibili!» A questo punto la somma di: impossibile + incomprensibile, non può che portarmi al seguente risultato: = inguardabile. Manca una vera e propria abitudine alla fantascienza.
Sosio: Certamente è dovuto al fatto che in Italia fino a non molti anni fa c’erano solo canali generalisti. La fantascienza è un genere di nicchia, anche negli Stati Uniti. Quando in Italia Star Trek The Next Generation andava in onda su Italia 1, in USA andava in onda sui circuiti (che sarebbe come dire i nostri Odeon o Cinque stelle). Anche in USA sono rarissime le serie fantastiche di successo sui network. D’altra parte, da quando c’è Sky - e ora Sci Fi sul digitale terrestre - le serie di fantascienza vanno benissimo anche da noi. Conosco un’infinità di gente - non appassionati di fantascienza - che sbava dietro a Battlestar Galactica, che non è certo una serie particolarmente facile e alla portata di tutti. Questo grazie a Fox, o se vuoi grazie a internet e alla possibilità di scaricare le registrazioni di quello che va in onda oltreoceano.
Vegetti: Carenza di mezzi. Qualche raro esempio l’abbiamo avuto. Parlo dei tentativi italiani. Per il resto non amo molto le serie fantascientifiche; le trovo banali e ripetitive. E senza anima.
  1. Come mai il cinema italiano non è riuscito a partorire un film di fantascienza “decente” dai tempi di Nirvana di Salvatores?
Montanari: Ma il cinema italiano sa fare fantascienza? Forse una volta, negli anni ’50 e ’60 ma stiamo parlando di cinquant’anni fa e non è più il caso di andare a cercare qualcosa che il nostro cinema ha voluto perdere. Se in Italia si ignora la fantascienza letteraria, figurarsi quella cinematografica che prevede investimenti di gran lunga superiori. La fantascienza non si considera e, pur avendo gli esempi eclatanti dei film altrui che arrivano sul grande schermo e incassano cifre astronomiche al botteghino, non la si ritiene all’altezza. Ma credo che alla fine sia solo una questione di esame delle proprie capacità: non si investe su qualcosa che non si sa fare. E se qualcuno pensa che io stia esagerando, provate a porvi un paio di domande: a quale regista italiano fareste dirigere un film di questo genere? E a chi lo fareste interpretare? Perché alla fine subentra anche questo problema: in Italia non esiste un criterio di selezione che si basi sulla qualità. Esiste una selezione che si basa sull’immagine esteriore, la superficialità e la più assoluta inutilità (date una occhiata ai personaggi che circolano in televisione e che immancabilmente approdano nel nostro cinema, e capirete di che cosa sto parlando). Per fortuna che l’Italia investe nei film “panettone” e non nella fantascienza, farebbe solo opera di svilimento del genere e non certo di promozione.
Altomare: Credo sia soltanto un problema di costi. Un film di fantascienza oggi dev'essere ricco di effetti speciali che costano un mucchio di soldi. Negli USA si può rischiare perché, anche quando non va bene, si riesce a compensare le perdite essendo molti i potenziali spettatori. In Italia, i costi sarebbero uguali (se non maggiori) ma i potenziali spettatori di gran lunga inferiori, quindi il rischio è altissimo.
Brambilla: Per carità... secondo me è meglio così, visto il livello medio delle produzioni nostrane chissà quali mal di pancia ci stiamo risparmiando.

Malaguti: Perché, Nirvana viene considerato un film di fantascienza decente? Scherzi a parte, il problema possono spiegarlo gli operatori di cinema molto facilmente: distribuzione, produzione, mentalità. Tutti i lavori fantascientifici interessanti si scontrano contro la convinzione dei distributori che il film di fantascienza non può essere italiano. Per vendere all'estero lo stesso Margheriti, con i suoi prodotti commerciali, doveva firmarsi Anthony Dawson. E Sergio Leone non prese in considerazione negli anni '70 una sceneggiatura che io ho letto e che anticipava quasi esattamente Indiana Jones. Così è se vi pare. E anche se non.
Lippi: Lippi: Il cinema italiano non investe quasi più in niente, l’avete notato? Si fanno film prodotti con gli aiuti di stato, cinepanettoni e poco più. E poi il cinema degli effetti speciali, qui da noi, non è mai sbarcato.
  1. Ultime due domande. La Prima: quale è stato il contributo più importante che pensate di aver dato al mondo della fantascienza italiana?
Montanari: Sono solo al secondo romanzo, se pensassi di aver già dato un contributo al mondo della fantascienza dovrei autocondannarmi per eccesso di vanità ed egocentrismo. Però, se tra qualche anno decideste di propormi una seconda intervista non dimenticatevi di rifarmi questa domanda. Forse, allora, potrò rispondere (almeno… me lo auguro!).
Altomare: In generale con la fantascienza c'è stato uno scambio a mio vantaggio, nel senso che ho dato di meno ad essa di quanto essa ha dato a me. Io ho dato la mia passione e la mia narrativa, ma la fantascienza mi ha dato incontenibili orizzonti. E la possibilità di mettere a frutto forse l’unico mio pregio, la fantasia. Se poi dobbiamo parlare della fantascienza italiana, be'!, ho portato la fantascienza italiana ovunque andassi, ne ho parlato in convegni, manifestazioni e incontri specie se non di genere, ho letto e pubblicato racconti di FS ovunque ne avessi occasione, a cominciare da La Vallisa, il quadrimestrale di letteratura di cui sono uno dei redattori. Ho persino vinto concorsi 'normali' con racconti di fantascienza. Insomma, ho approfittato di qualsiasi occasione per sostenere la fantascienza italiana. L'ho usata persino come sale nelle cene tra amici per rendere più saporite le nostre chiacchiere.
Brambilla: Spero che le mie immagini abbiano incuriosito e attratto nuovi lettori verso questo genere meraviglioso, divertente e spesso sottovalutato.

Malaguti: Boh. La continuità di un modo globale di vedere, al di fuori delle mode contingenti, delle conventicole e delle correnti, la fantascienza come elemento letterario nel tempo. Il resto lo lascio giudicare a chi mi ha seguito.
Sosio: Moi? Be', certamente l'avanguardia tecnologica, e in particolare quello che abbiamo fatto in rete. Nel 1995 io e Luigi Pachì abbiamo presentato, all'Italcon di San Marino, internet e le possibilità di pubblicare e promuovere la fantascienza in rete. Si raccolse un vasto pubblico di ben quattro persone: il successo di quell'iniziativa ci ha spronato ad andare avanti! Pochi anni dopo nasceva Fantascienza.com, un'esperienza unica nella storia della sf in Italia per la sua capacità di aggregare il settore e di promuovere il genere. Quei quattro interessati sono diventati duecentomila persone che visitano il sito ogni mese, numeri di vari ordini superiori a quelli delle pubblicazioni stampate. Ultimo appunto vanitoso per dire che un sito grande e strutturato come Fantascienza.com non ha analoghi in nessun paese europeo.
Vegetti: Dovrei dire il Catalogo, ma penso che il fatto di aver mantenuto i contatti fra centinaia di appassionati si più importante. Decideranno i posteri, temo.
Lippi: Non so, io lavoro in questo campo da trentadue anni e dovrebbero essere gli altri a tirare i bilanci. Personalmente, prima dell’esperienza di “Urania” ricorderei volentieri il decennio in cui ho lavorato per gli “Oscar” Mondadori.
  1. Concludendo una domanda provocatoria: esiste una fantascienza italiana?
Montanari: Forse sì, ma c’è sempre un forse, probabilmente perché viene esportata a fatica, perché rimane una letteratura di nicchia in quanto la nostra cultura, molto saccente e “poco culturale”, non la considera letteratura. Se la fantascienza italiana ha dei segni particolari che la distinguono dalla fantascienza degli altri paesi non saprei dirlo, di certo non le mancano la creatività e una appropriata inventiva, connotati che la rendono “fanta(stica)”, determinando sempre e comunque la sua appartenenza a questo genere letterario.
Brambilla: Non saprei, esistono autori italiani che scrivono ottime cose di genere fantascientifico: personalmente ammiro molto il lavoro di Dario Tonani, Giovanni DeMatteo e Paolo Aresi e sono da sempre un fan di   Evangelisti.

Sosio: Guardandola con un occhio “professionale”, quindi valutando gli autori che pubblicano romanzi o che sono presenti con frequenza sul mercato, credo che la risposta sia no. Gli autori sono troppo pochi e troppo diversi per fare delle statistiche e molto diversi tra loro. Non esiste nel mondo della science fiction italiana quello che esiste nel mondo del giallo, anche se ogni tanto si intravvede un tentativo. Osservo con grande interesse da questo punto di vista il lavoro di Sergione Altieri, che sta dando sempre più spazio agli autori italiani sulle pagine delle collane da edicola di Mondadori, cercando di riproporre più volte gli stessi autori, proprio per creare una base su cui lavorare. E poi trovo affascinante il fenomeno del Connettivismo, che sebbene abbia confini un po' sfumati rappresenta una novità, un vero e proprio manifesto letterario autoctono come forse non si era mai visto.

Vegetti: Esiste ed ha una lunghissima tradizione. Nel dopoguerra gli italiani hanno avuto pochissimo spazio. Ma adesso sembra che la situazione stia migliorando.
Lippi: Esiste, naturalmente. Con le sue difficoltà e all’interno di un mercato piccolissimo, ma esiste.

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