Saggistica breve

Star Trek nell’Immaginario Collettivo della TV Generalista Americana

(Ovvero quanto Star Trek c’è nelle sitcom made in USA)

Di Claudio Chillemi

 

Star Trek non manca mai di stupire per tutta una serie di incredibili record che ha anellato nella storia della televisione, non solo americana. E’ uno dei programmi più longevi di sempre; probabilmente è quello da cui sono stati tratti più spin off; è quello che ha avuto più premi; che conta più fan sparsi per il mondo…Ma, con ogni probabilità, nessuno si è mai chiesto, quanto Star Trek c’è nel resto della televisione statunitense, vale a dire in quelle trasmissioni che non sono Star Trek. Allora, spinti dalla curiosità, ce lo siamo chiesti noi e la risposta è stata incredibile.

 

Per affinità iniziamo dalla serie TV Frasier ( trasmessa dal 1993 al 2004). L’unica affinità palese deriva dal fatto che è stata prodotta dalla stessa Viacom che produceva Star Trek; per il resto, sullo schermo televisivo niente è più lontano della storia di uno psichiatra radiofonico che vive a Seattle (interpretato da K.Grammer che tra l’altro ha preso parte alla puntata di TNG “Circolo Chiuso) da un gruppo di uomini che viaggiano su navi stellari; eppure, nulla è più vicino a Star Trek di Frasier. Perché? E’ difficile da spiegare così su due piedi, diciamo che in Frasier vi sono tutta una serie di citazioni trekker che è faticoso ignorare. Ma questo non basterebbe, vi sono poi numerosissimi attori di Star Trek che partecipano a diverse puntate di Frasier, attori importanti da Patrik Stewart a René Auberjonois; da Brent Spiner a Robert Picardo. Infine, un personaggio ricorrente di Frasier, Noel Chomsky (l’attore P.Kerr), è un trekker. Ma, andiamo con ordine è iniziamo dalla citazioni. Star Trek appare per la prima volta in Frasier nel 13° episodio della prima stagione, quando il nostro trekker afferma: “Sarei disposto a dare l’autografo del capitano Kirk pur di uscire con una ragazza!”. Ancora il personaggio di N.Chomsky qualche puntata più avanti dice: “Il capitano Kirk è impazzito ed ha ripreso il controllo della nave”, riferendosi al fatto che Frasier, malato e delirante per la febbre, non vuole lasciare la sua poltrona di speaker e psicologo radiofonico per paura di perdere il posto di lavoro. In questo pulsare di riferimenti trekker non manca anche una citazione sbagliata (nel 6° episodio della 3° stagione): “I bisogni di molti contano più di quelli di pochi, come dice il capitano Kirk (noi, in realtà sappiamo che è stato Spock, ndr.) della navicella (diciamo astronave, ndr.) Enterprise”. Come non mancano i riferimenti alla pazzia dei fan, quando Chomsky fa firmare a tutti i suoi colleghi di lavoro una petizione rivolta agli autori di Star Trek (Barman e Braga forse? Ndr.) in cui chiede l’introduzione di un personaggio chiamato Rosniak (da Roz, la donna di cui lui è innamorato, una delle protagoniste della sitcom interpretata da P.Gilpin, ndr.) che dovrebbe avere nientepoponimenochè “4mammelle4”. La pazzia di Noel è tale che, come si dice sempre nella 6° stagione, il tribunale gli ha imposto “di non avvicinarsi a più di 100 metri dal capitano Kirk”. Altro riferimento ai trekker e alle convention si ha nella 12° puntata dell’8° stagione in cui Frasier, per amore del figlio, sbarca in una convention piena di “folli”. Tra questi, un klingon vestito di tutto punto (anche troppo bene per essere un fan, ndr.) che gli indica la direzione; e un sempre presente Noel Chomsky che sfoggia una bella divisa della serie classica. Discorso a parte merita la lingua klingoon. Nella 9° puntata della 6° stagione, tra Noel e Frasier assistiamo ad un divertentissimo diverbio. Noel non vuole uscire dallo studio radiofonico e cincischia parlando del più e del meno:

“Sto ancora lavorando al mio dizionario klingoon/inglese”.

“Ah, davvero? E come si dice arrivederci in klingoon?”, chiede Frasier impaziente di buttarlo fuori.

“Dipende, se ti riferisci a un superiore…”, prende tempo Noel.

“Noel!”, lo redarguisce Frasier.

“Krish Krash!”, risponde il nostro dandosi alla fuga.

Per tutta la puntata Frasier lo congederà con il classico (?) arrivederci klingon di cui sopra. Ma il klingon appare in un'altra esilarante puntata della 10° stagione. Invero, la puntata più trekker dell’intera serie. Raccontiamola. Frasier deve partecipare ad una cerimonia ebraica che sancisce per suo figlio Frederick (di madre ebrea) l’ingresso all’età adulta. Il nostro psichiatra, allora, chiede a Noel, anch’egli ebreo, di preparare un discorso in lingua semita da leggere durante la cerimonia, visto che lui non la conosce. Noel accetta, ma chiede a Frasier di procuragli l’autografo di Scott Bakula. Frasier, per tutta una serie di motivi, non riesce ad ottenere il prezioso autografo del capitano Archer. Noel, allora, per vendicarsi, scrive il discorso anziché in ebraico in klingoon. Immaginate la sorpresa del rabbino quando sente Frasier gracchiare in lingua klingoon, ed immaginate la sorpresa di Noel, quando Frasier per farsi perdonare di non aver avuto l’autografo di Bakula gli fa pervenire un prop (oggetto di scena originale, ndr.) davvero straordinario: la parrucca indossata da J.Collins in “Uccidere per Amore”… Tante e divertenti sono le citazioni trekker in Frasier, ma elencarle tutte è davvero difficile. Più semplice, anche se comunque lungo è articolato, è parlare dei cammei e delle performance di attori già protagonisti in Star Trek, che appaiono in questa sitcom. Iniziamo con Virginia Madsen, l’attrice già apparsa in TNG e in VOY, ha in Frasier la parte di una bellissima donna in carriera, Cassandra, che fa perdere la testa al nostro psichiatra per ben 3 puntate (o, nella finzione scenica, per qualche mese…Ndr.). Cammeo microscopico (appena due battute) è quello di Nana Visitor che interpreta una femme fatale durante una festa snob del fratello di Frasier. Niels (l’attore D.H.Pearce, ndr.). Più consistente è la parte di Renè Auberjonois che interpreta il professor Tewksbury in 3 puntate della sitcom. Il nostro “Odo” da di sé un’immagine di grande caratterista, dando vita ad un personaggio simpaticissimo. Mentore di Frasier, insegnante universitario di psicologia, Tewksbury è il classico uomo di mezza età che divorzia e si prende una sbandata per una donna più giovane, Roz (di cui abbiamo già detto, stralunata e belloccia, interpretata da una bella P.Gilpin, ndr.). Altro cammeo, ma non di un attore di Star Trek, ma di un fan di grande fama, Bill Gates il quale, invitato a partecipare alla 200esima puntata di Frasier, saluta Noel con il più classico dei gesti vulcaniani. Nell’11° episodio della 9° stagione, appare invece Robert Picardo, che da vita al proprietario di una società che fornisce sistemi di sicurezza e che ha con Frasier un piccolo scontro perché i due padri (quello dello psichiatra e quello del nostro “dottore”, ndr.) sono in forte competizione tra loro. Nell’10° stagione troviamo Bret Spiner, che risolve una vicenda piuttosto complicata che interessa l’ex moglie di Frasier, Lilith. Spiner non pronuncia più di quattro, cinque battute ma il suo accattivante sorriso e i suoi occhi spiritati, sono di grande efficacia, come sempre. Dulcis in fundo, Patrick Stewart. L’attore sfodera una prestazione eccellente nei panni di un direttore d’orchestra gay che si innamora di Frasier. Ma, andiamo con ordine. Il nostro psichiatra è appassionato di lirica, pur di non perdere l’occasione di partecipare alle prove di una messa in scena “eccezionale” cede alle avance del nostro Stewart. Ne segue tutta una serie di gag e doppi sensi esilaranti che sfociano nella pubblica confessione di Frasier che ammette di “non essere gay” e di aver approfittato biecamente dell’omosessualità del direttore d’orchestra per soddisfare la sua passione di melomane. Episodio degnissimo, interpretato benissimo dal nostro Picard che non manca occasione per dimostrare quanto sia bravo e quanto poliedrico. Sono tanti altri gli attori che Star Trek e Frasier hanno in comune, farne un arido elenco non ha proprio senso, ha più criterio incitare tutti i trekker ad andare a scoprire Frasier che, come al solito, è stato bistrattato dalla televisione nostrana, e riscoperto dal satellite. Continuando nel nostro percorso passiamo a Dharma e Greg, esilarante sit com  con la brava e bellissima J.Elfman, che narra le vicende di un ricco avvocato che sposa la figlia di una vecchia coppia di Hippy. In effetti, la serie non dedica molto spazio a Star Trek (qualche divisa in feste in maschera e piccoli accenni all’Enterprise), ma tra tutti ricordiamo l’esilarante omaggio che gli autori fanno alla creazione di Roddemberry, che è forse la migliore citazione tra tutte quelle proposte in questo articolo. L’antefatto è semplice: Dharma ha un amica, Jenny, e vicina di casa molto particolare, che esercita sugli uomini una profonda attrazione sessuale. Un giorno Jenny si presenta a casa di Dharma dicendo:

“Senti, puoi tenermi il gatto? Devo andare ad una Convention di Star Trek?”

“Oh, davvero? Sei una trekker?”

“No, ma adoro gli uomini vergini di 40 anni!”.

In effetti, Jenny, tornerà con un uomo “vulcanico” (nel doppiaggio, il nostro “vulcan”, diventa vulcanico e non vulcaniano, ndr.) dalla Convention, con tanto di orecchie a punta. Passiamo a That 70’s Show, straordinaria sit com ambientata negli incredibili anni 70, con il bravissimo Ashton Kutcher. I ragazzi che vivono a Point Place, una piccola cittadina della provincia americana, hanno due miti: Star Wars e Star Trek. Il primo, invero, più del secondo, ma in molti episodi i protagonisti si travestono da personaggi di Star Trek TOS per impersonare in sogno come sarà il loro futuro. Davvero interessante questo accostamento tra Star Trek e il futuro. Il domani è visto con l’occhio dei costumisti della serie classica e le belle protagoniste dello show sono vestite con le vertiginose e sensuali minigonne mozzafiato che indossava la nostra Uhura. Per i ragazzi il futuro è un futuro di belle donne in divise dove la libertà di costumi (così idealizzata e invocata negli anni Settanta che la serie racconta…) è diventata realtà. Certo, esilaranti sono tutte le scene in cui questo strano gruppo di teen ager mettono i panni di ufficiali della flotta stellare e danno vita a strambe vicende di vita quotidiana dove i loro tic e le loro frenesie prendono la forma improbabili episodi di ambientazione Trek…Come molto divertenti sono quelli che prendono la forma di incredibili film di Star Wars, ma questa è tutta un’altra storia. Passiamo ai giorni nostri e a Perfetti Ma Non troppo. Questa Sit Com narra le vicende di uno svitato gruppo di colleghi che lavorano in una grande emittente televisiva. La protagonista è Sara Rue che interpreta il personaggio di Claude, visionaria e sognatrice, ingenua provinciale che si trasferisce a New York per trovare lavoro. Claude, in uno dei primi episodi della serie, introduce subito Star Trek. Sognando, infatti, una vacanza dal lavoro immagina di andare in Crociera sull’Enterprise, finché una voce non la sveglia al grido di: “Scendi dal Ponte, sporca Romulana!”. Claude ha quindi Star Trek nella mente e nel cuore e lo utilizza quotidianamente come quando sparge la notizia che ad una riunione di Condominio sarà presente Leonard Nimoy per far partecipare i condomini e raggiungere il numero legale; oppure quando lo utilizza come test per sapere se un ragazzo, vestito da Kirk, incontrato ad una festa in maschera per Halloween, sia quello giusto per lei:

“Questa è la divisa del Primo Ufficiale di Star Trek?” gli chiede sorniona.

“No, è quella del capitano!”, risponde il ragazzo tra lo stupito e l’offeso.

“Meno male, controllavo se eri un vero trekker!” risponde Claude tirando un sospiro di sollievo.

Ma in Perfetti Ma Non Troppo un altro personaggio è fan di Star Trek, anche se più volte cerca di mistificarlo. Ramona, interpretata da Sherri Shepherd. Ramona, donna di colore, è la migliore amica di Claude ed ha una vera passione per la nostra Uhura. In una festa in maschera, infatti, mette i panni del nostro bel tenente addetto alle comunicazioni e cerca di attirare l’attenzione di tutti i maschi presenti, anche se il suo più caro amico la scambia per “Spock dalla pelle nera”! Irritata dalla presa per i fondelli a cui è sottoposta per essere una trekker, qualche puntata più tardi si lascerà sfuggire una abiura piuttosto imbarazzante: “Una volta per tutte a me non piace Star Trek, vorrei che non l’avessero mai prodotto!”. In realtà, però, non è proprio così. Leggete il colloquio tra Ramona è un suo pretendente avvenuto qualche minuto dopo lo sfogo di cui sopra:

“E così sono tornato”

“Un poco come quando il signor Spock tornò su vulcano”

“Ci sono delle analogie, si. Sei un appassionata di Star Trek?

“E me lo chiedi? Volevo dire, affermativo, signore!”

“Non credo che a te piace Star Trek, dici così solo per conquistarmi”

“E’ vero, non so neanche di cosa parla”

“Potrei insegnarti tante cose”

“In merito alle astronavi”

“Non vedo l’ora!”.

E’ la volta di Will e Grace, divertentissima Sit Com interpretata da Debra Missing ed Eric McCormack. Durante le sette stagioni trasmesse in Italia non sono molte, ma divertenti e importantissime, le citazioni di Star Trek. La prima vede protagonista Grace che interagisce con un “pezzo” della storia Trek, Joan Collins (inutile dirvi in che episodio della TOS appare la futura protagonista di Dinasty…). La Collins interpreta una grande arredatrice newyorkese, un po’ vezzosa e un po’ “bastarda ubriacona”, che manda nel pallone la simpatica Grace (anche lei arredatrice), la quale le si rivolge goffamente con la frase Sembro uno degli sfigati che incontrano il capitano Kirk ad una delle convention di Star Trek”. Qualche puntata più tardi è Will che dice a Grace (mostrando il segno vulcaniano) per sottoscrivere un suo ragionamento “Molto logico signor Spock!”. Ed è sempre Will che, coinvolto in una partita di calcetto, sport che lui sconosce del tutto, al capitano della squadra che gli si presenta con “Io sono Kirk, il capitano” risponde tra il serio e il faceto: “Il capitano Kirk? Con chi combattiamo per prima con i Klingon o i Romulani?”. Ma è soprattutto nell’ultima stagione, esattamente nel 18 episodio, dove si tocca l’apice del citazionismo trekker, non solo in Will e Grace, ma in tutte le sitcom fino ad ora analizzate. Appare in questa puntata, infatti, George Takei, ma non nelle vesti di un personaggio ma in quelle di se stesso, poco tempo dopo il suo atto di outing in cui rivelava di essere gay. La puntata si snoda proprio intorno a questa rivelazione e al profondo significato che i valori della tolleranza hanno in Star Trek. Will dice molto chiaramente di non essere un trekker (“E’ da sfigati!!” commenta) ma di essere un “suluiano”, per l’incredibile coraggio avuto da Takei nel rivelare la sua vera sessualità. Raccontare la puntata in tutte le sue sfumature trekker è praticamente impossibili (“le languide occhiate di Sulu al capitano Kirk”, per farvi un esempio), ma proveremo a sintetizzare le parti più significative. Ad esempio una Action Figure di Sulu prodotta dopo la sua rivelazione di essere gay che tirando una leva dice : “Teletrasportami Scotty che voglio fare shopping” o “Su questo pianeta c’è aria respirabile e…Un negozio di Gucci!”. L’incontro vero e proprio con Takei alterna battute sul mondo omosessuale (“Signor Takei come mai non ha detto a quel tale attore vestito di una tunica senza spallina: regola i tuoi faser?” e Takei: “Glielo ho detto e lui ha riso così tanto che gli si è rotta la cintura!”) a profonde considerazioni su Star Trek, dice Will: “La serie si basava su tolleranza e accettazione, senza guardare al colore, alla specie o all’acconciatura. Spock nascondeva le sue orecchie, Uhura la sua femminilità o Sulu la sua? (magari lui si, ma erano altri tempi) Nessuno, però, su quella plancia di comando ha mai tradito la sua vera natura!”, risponde Takei sorpreso: “Era questo il senso della serie? Allora sono contento di averla fatta”. Pochissime citazioni trekker, ma serie imperdibile per tutti i fan è Boston Legal andata in onda tra il 2004 e il 2008. S tratta di un altissimo concentrato di personaggi, caratteri e attori tratti da Star Trek. Iniziando dal protagonista, un sorprendente William Shatner che sfodera, puntata dopo puntata, performance da attore consumato così importanti da valergli anche due Emmy e un Golden Globe. In cosa consiste la bravura di Shatner e in cosa assomiglia il suo personaggio a Star Trek? La bravura è relativa alla sua immensa capacità di interpretare “uno stronzo rincoglionito affetto dal morbo della mucca pazza”; mentre la somiglianza all’universo trekker si può mettere tranquillamente in relazione al fatto che il personaggio di Danny Crane, impersonato dal nostro Bill, è ciò che somiglia (o potrebbe somigliare) di più a James Kirk se James Kirk fosse invecchiato fino alla soglie dei 75 anni. Danny Crane è stato in gioventù il miglior avvocato di Boston (Kirk il miglior capitano di Astronave); si è portato a letto le più belle donne della città (è necessario sottolineare il parallelismo con Kirk?); si è circondato di amici fidati (non sembra la plancia dell’Enterprise?); è diventato famoso per la sua spavalderia, il suo coraggio e il suo insano amore per le armi e per la guerra (qui i punti di contatto con Kirk sono talmente tanti che in confronto la mappatura del genoma umano è una cosa da pischelli). Ora Danny Crane è vecchio, perde la memoria, si lascia andare ad atteggiamenti irrazionali e  ridicoli, e per citare il nostro Spock “è sopravvissuto alla sua utilità”. Vedere il faccione enorme di Shatner che, come sottolinea un glaciale J.Ryan in una puntata dello Show, sta per esplodere e ricordare che lui è Kirk, maledettamente Kirk, anche quando non lo sembra; lascia uno strano sapore in bocca, un misto tra malinconia, ironia e sana rottura di… nella consapevolezza che tutto prima o poi finisce anche se ci sentiamo baldi “giovani” alla ricerca dell’isola che non c’è. Boston Legal è ricco di partecipazioni trekker oltre a Bill Shatner troviamo il nostro René “Odo” Auberjonois che è personaggio fisso nelle prime tre stagioni. Poi il giudice Armin “Quark” Shimerman, che appare in diverse puntate. Ma anche il signor avvocato dongiovanni Scott “Archer” Bakula, Ethan “Neelix” Phillips, ed altri camei di caratteristi che hanno arricchito le puntate di Star Trek. Per quanto concerne vere e proprie citazioni ne amiamo ricordare solo due. La prima ci racconta di Danny Crane e del suo amico fidato Alan Shore che vanno a pesca di salmoni; ma i salmoni, appunto, sono minacciati dalle “pulci del mare” chiamate, come ci informa Alan “i klingon dei mari”, Shatner lo guarda citare Star Trek con la faccia rinco… insomma, diciamo, rimbambita di Danny Crane e commenta con un sonoro ruggito intestinale che lascia poco all’immaginazione. La seconda citazione vede Danny Crane, dopo molti anni passati ai margini della vita legale, ritornare alla difesa e vincere un processo; innanzi alle telecamere che lo riprendono trionfante all’uscita da un’aula di tribunale, Shatner commenta la sua vittoria con un malinconico “il capitano Kirk è tornato al comando dell’Enterprise”. Seinfeld. Per chi non la conosce è una delle sit-com più belle e divertenti della TV americana. Dove nulla, ma proprio nulla, viene preso sul serio. Nella prima puntata dell’ottava stagione il protagonista, Jerry, consola la famiglia della fidanzata di un suo amico morta prematuramente, usando le parole con cui Kirk e McCoy commentano la morte di Spock in Star Trek l’Ira di Khan, e quindi, poco dopo aggiunge: “Spock muore, lo avvolgono in un lenzuolo e lo sparano dall’astronave dentro un grosso astuccio per occhiali”. Ma in Seinfeld le citazioni non finiscono qua, Jerry Seinfeld dice all’inizio di una puntata: “Il mio ideale di stanza di soggiorno sarebbe la plancia della nave spaziale Enterprise, sapete cosa voglio dire: poltrona, schermo gigante, telecomando, ecco perché Star Trek per me rappresenta la massima fantasia dell’uomo, andarsene in giro per lo spazio nel proprio soggiorno guardando la Tv! Per questo gli alieni vanno sempre a trovarlo, perché Kirk è il solo ad avere lo schermo gigante ci andranno anche venerdì sera, c’è l’incontro contro i klingon e non possono mancare!”, o in un'altra puntata: “Perché gli uomini preferiscono Star trek? Oh bella, perché il capitano Kirk ha proprio tutto: una bella macchina da pilotare, stupende donne in minigonna attorno a lui ed uno schermo gigante con telecomando, quale uomo desidererebbe avere di più?”. Concludiamo, almeno per ora; anche se sono molte le altre Sit Com che andrebbero analizzate da 3rd Rock From Sun dove il nostro Shatner interpreta la parte di un alieno; a Becker (“Gli ho regalato un lifiting, una liposuzione, una depilazione completa, è stata investita da più raggi laser lei che l’Eterprise”) a Friends, a Tutti Amano Raymond, a…The King of Queens, dove si assiste ad un dialogo mozzafiato in cui la protagonista della serie (una simpaticissima Leah Remini) cerca di convincere un amico di suo marito a sedurre il suo capo, una anziana e affascinante donna, citando Star Trek:

Il tuo personaggio preferito di Star trek?”

“Il cavaliere di Ghotos”

“Ghotos? Ma tu assomigli più al capitano Kirk, che anche se una donna assomiglia a un pesce, se la porta dietro ad una roccia e fa il suo dovere!”Intendo?


L’etica Futurista di Star Trek

di Claudio Chillemi


La complessità del mondo creato da Gene Roddenberry non sta solo nell’incredibile intreccio narrativo, nella capacità di plasmare personaggi che interagiscono magnificamente tra di loro, o anche nell’immaginare “strani e nuovi mondi”; questo, invero avrebbe dato all’universo di Star Trek solo due delle dimensioni che lo rendono così completamente tridimensionale. La terza dimensione è quella dell’etica. Lo spessore che ogni minuscolo granello di sabbia trekker possiede è quello di una coerenza interpretativa della realtà senza pari in tutto il palinsesto televisivo degli ultimi cinquanta anni.
Se iniziamo dalla plancia della prima Enterprise (quella “senza a, b, c, d, ecc…” per intenderci, ndr.) apparsa nella Serie Originale, basta una semplice foto di gruppo per aprire la nostra discussione a mille considerazioni. In pieno rigurgito razzista (siamo negli USA nei pieni anni Sessanta, ndr.) ci troviamo di fronte a una accozzaglia multietnica di personaggi: il bellimbusto americano, il gentiluomo del sud, l’alieno razionale, l’asiatico istintivo, il teddy boy russo, lo scozzese pimpante, la donna di colore africana. Tutti con pari dignità, tutti nella stessa, chiamiamola, barca. Eppure, all’epoca le donne avevano limitate capacità di comando, non occupavano nessuno dei posti chiave della società americana; gli uomini di colore, poi, erano ancora ghettizzati; e l’Africa? Solo un pallido ricordo colonialista. Ma Gene mette una donna di colore africana in una posizione di responsabilità e comando. I russi? Beh! Erano oltre la cortina di ferro. Ma Roddenberry, stimolato all’uopo dalle proteste che venivano da Mosca (almeno così si dice, ndr.) non si lascia pregare e assume il signor Checov in pianta stabile pettinato da Beatles di serie B (dando dignità anche alla protesta giovanile di allora che si materializzava spesso e volentieri con un taglio/non taglio di capelli, ndr.). Gli asiatici? O erano giapponesi (come pare lo sia Sulu, ndr.) ed erano ancora osteggiati dalla maggior parte degli americani per l’allora recente ricordo della II Guerra Mondiale (ne sa qualcosa lo stesso attore che interpreta Sulo, George Takei, la cui famiglia durante la guerra era stata messa in un campo di lavoro dal governo USA, ndr.). O erano cinesi, e quindi comunisti, e quindi avversati dalla maggior parte degli americani. Eppure, Gene non si lascia sfuggire di mettere un asiatico sulla plancia dell’Enterprise. “Statisticamente “, diceva, “la maggior parte della popolazione mondiale è donna e asiatica” (fonte R. Arnold, ndr.), quindi una donna e un asiatico dovevano assolutamente far parte della “sua” avventura nello spazio. Vogliamo parlare poi di Spock, l’alieno? Lo veste dei panni del “demonio” (orecchie a punta, occhi impenetrabili, sopracciglia all’insù, nessuna emozione, almeno così sembra che lo descrivano McCoy e Kirk ne La Mela, ndr.) e quindi, diciamo così, sdogana anche questo stereotipo dimostrando, puntata dopo puntata, che il “demonio” non è poi così brutto come si dipinge. Quindi abbiamo lo scozzese, ubriacone (nell’episodio Con qualsiasi nome sfida un alieno a chi beve di più e vince; nell’episodio di TNG Il naufrago del tempo cerca disperatamente dell’alcool “vero”, e potremmo continuare, ndr.), omaccione di mezza età alla disperata ricerca di un amore ( Dominati da Apollo o Le speranze di Zetar, ndr.) e di comprensione e affetto (Fantasmi dal passato, ndr.). Infine, gli unici due americani della serie che, guarda caso, sono agli estremi della tipologia tipica dell’uomo statunitense degli anni Sessanta, il bullo, gradasso e sciupa femmine (Kirk, ovviamente, ndr.) e il gentiluomo del Sud. Due icone che, lentamente e soprattutto la seconda, sono scomparse ma che allora rappresentavano veramente gli alpha e omega dello spettatore televisivo medio americano.
Ovviamente ciò che Roddenberry realizza nel primo “equipaggio” della sua fulgida carriera televisiva, ribadisce (e in alcuni tratti amplifica) nel secondo gruppo di umani che lui “mette” ad esplorare la nostra galassia. In TNG, apparsa poco più di vent’anni dopo la TOS, fa imbarcare nell’Enterprise un nutrito gruppo di esseri (diciamo umani) che daranno vita a tutta una sequela di intrecci tridimensionali dove l’umanità, la personalità riceveranno spessore dalla coscienza e dalla morale, come nella migliore tradizione trekker. Tra gli uomini del nuovo equipaggio un androide: Data, personaggio che darà vita alla lunga ricerca “dell’essere umano” in tutte le puntate della serie e nei film per il cinema. Quindi, un nemico, un klingon: Worf, che per oltre 11 stagioni ( 7 di TNG e 4 di DS9, ndr.), cercherà un difficile compromesso tra l’essere un guerriero di un popolo che predica l’onore e la battaglia e l’essere un ufficiale della Federazione. Poi un handicappato, un cieco: Geordi La Forge, dotato di protesi e manifestamente impedito, per poi risultare, tra tutti colui che è capace di vedere là dove nessuno ha mai visto prima. E, infine, Picard, uomo dalla gioventù turbolenta, dal carattere timido e introverso, che, quando comanda una flotta stellare, esce fuori tutta la sua risolutezza. Come si vede personaggi a tutto tondo, ognuno dei quali ha un dilemma etico insoluto che si porterà appresso per tutta la sua vita televisiva e che induce lo spettatore a riflettere su argomenti importanti: la diversità, l’handicap, i rapporti sociali, ecc… Potremmo continuare a citare i singoli personaggi che compongono il cast fisso delle altre serie di Star Trek, non lo facciamo perché nella loro creazione Roddenberry non ha messo parola (è morto prima, purtroppo, ndr.); ma i suoi prosecutori non sono stati da meno. Ricordiamo la “terrorista” Kira di DS9 che porta con sè il pesante fardello di una vita vissuta nella violenza; o la costante ricerca dell’umanità di 7 di 9 in Voyager. Tutti personaggi, crediamo, che avrebbero reso orgoglioso il buon Gene della vita propria che la sua creatura aveva assunto.
Ma questo sforzo immaginifico che ha portato Gene Roddenberry alla creazione di una così perfetta macchina interattiva, dove ogni singolo pezzo ha un contraltare con cui litigare, amoreggiare, scherzare, cooperare, nulla avrebbe avuto di buono se non ci fosse stata l’etica della diversità e del rispetto della diversità. Così diversi, agli antipodi (forse Gene è stato troppo ottimista nell’immaginare il futuro dell’uomo, ndr.) del mondo attuale, i personaggi della plancia di Star Trek TOS e di TNG si rispettano e si considerano tutti uguali anche quando la gerarchia militare li distingue. Se un membro sta male, ha dei problemi, tutti gli altri corrono in suo soccorso, si sacrificano per lui, anche fuori dai limiti della logica (ricordate il gioco de “gli interessi di molti valgono più di quelli dei pochi o di uno”, che dopo il salvataggio di Spock dal pianeta Genesis, viene modificato ne “gli interessi di uno valgono più di quelli dei molti”? ndr.) . E’ quindi questo che rende questi caratteri tridimensionali, e del tutto originali nel panorama della Sf televisiva.
L’etica del rispetto reciproco all’interno del microcosmo di una nave stellare, trova la sua naturale universalizzazione nel concetto di IDIC: Infinite Diversità in Infinite Combinazioni. Così come si rispettano i singoli si devono rispettare tutte le infinite diversità del cosmo in tutte le sue infinite combinazioni. Il concetto, leggenda vuole, è stato introdotto da Gene Roddenberry per vendere un po’ di gadget. L’Idic, infatti, è anche una collanina, che Spock dona all’ospite di turno nella puntata La Bellezza è Verità, con appeso un ciondolo che raffigura un triangolo che incide un cerchio. Si racconta che proprio per vendere questo piccolo gadget Roddenberry si sia inventato l’Idic. Fatto sta che, il concetto che sta alla base di questa credenza vulcaniana, è uno tra i più cari ai fan di Star Trek ed uno dei momenti etici più alti della saga. Se si pensa che ancora oggi mal accettiamo le bizze di un vicino di casa o mal digeriamo i modi di fare dei propri familiari (per non parlare degli usi e delle tradizioni di popoli che abitano a poche centinaia di chilometri da noi, ndr.) nulla ci sembra più Utopistico è Irrealizzabile dell’IDIC. Eppure in esso c’è la sintesi di molto del pensiero religioso e filosofico del nostro mondo. Potremmo fare infiniti esempi, da Gesù a Gandhi da Martin Luther King a Buddha, ed ogni esempio sarebbe calzante. L’unica nota stonata è il tempo di realizzazione di questo concetto, perché quattro o cinquecento anni per iniziare a metterlo in pratica ci sembrano francamente pochi.
Ma se l’IDIC universalizza il principio della tolleranza assoluta, Roddenberry non perde di vista quello della tolleranza relativa. Vale a dire il razzismo che nell’America anni Sessanta (come nel nostro mondo, ndr.) imperversava. Già, nel mettere una donna di colore nella plancia dell’Enterprise aveva dato un messaggio importante, ma durante diversi momenti della narrazione non manca di indirizzare stilettate profonde contro l’intolleranza. Ne La Navicella Invisibile (TOS, ndr) Spock riceve ampie “dosi” di odio razziale quando si scopre che i Romulani sono simili ai vulcaniani; un membro dell’equipaggio lo insulta apertamente e lui, fedele alla logica della tradizione vulcaniana non fa una piega: è la ragione, quindi, la risposta più conveniente nei confronti dell’intolleranza? La ragione che manca ai due protagonisti di Sia Questa l’Ultima Battaglia. Chi non ricorda gli alieni bicolore che si odiano l’un l’altro per il solo motivo che uno è bianco dalla parte destra e nero dalla sinistra e uno è bianco dalla sinistra e nero dalla destra? Ci sembra una cosa del tutto assurda e inconcludente che una razza si sia autodistrutta per così poco, eppure il messaggio è semplice, ed è rivolto alla “sua America” che in quel periodo è ancora in preda all’odio razziale. Per confermare tutto questo possiamo citare un altro episodio, ma stavolta di DS9 Lontano, Oltre le Stelle. Roddenberry è morto da un pezzo, ma gli autori di questa magnifica storia immaginano un’America degli anni ‘30/’40 del Novecento, dove uno scrittore di Fantascienza non può essere né nero né donna; dove, anche per pura ipotesi futuribile, non si può immaginare che un nero comandi una stazione spaziale…Il messaggio, anche stavolta è semplice, state attenti è dietro l’angolo, nel futuro un uomo di colore comanderà una stazione spaziale, ma questo è stato ottenuto con il sacrificio di generazioni e generazioni di esseri umani che hanno combattuto per il rispetto reciproco e la parità tra i sessi.
Il rispetto della vita in tutte le sue molteplici forme, così come il concetto di IDIC, è un altro imperativo etico della saga di Star Trek, fin dalla, come dire, ragione sociale dei viaggi dell’Enterprise volti “alla ricerca di nuove forme di vita e di civiltà”. Citare tutti gli episodi che affrontano questo argomento è praticamente impossibile, ci piace ricordarne un paio: Il Mostro dell’Oscurità (TOS, ndr.), La Misura di Un Uomo (TNG, ndr.) e In Carne e Ossa (VOY, ndr.). Il primo è, a ragione, uno degli episodi più belli dell’intera saga. Narra di un essere fatto di silicio, l’Horta, che, per difendere la sua prole, attacca degli uomini in un asteroide minerario. L’intervento di Spock, Kirk e McCoy lo salveranno dal linciaggio da parte dei minatori che cercavano facile vendetta. Il famoso dialogo: “Ha ucciso 50 dei miei uomini”“E voi migliaia dei suoi figli”, in cui Kirk difende l’operato difensivo dell’Horta che protegge le uova depositate dalla sua specie è manifesto del rispetto della vita. Durante l’episodio ci troviamo di fronte ad uno dei rari casi in cui Spock disubbidisce al suo capitano, perchè questi vorrebbe uccidere l’Horta, mentre il vulcaniano la vorrebbe risparmiare. Alla fine tocca a McCoy con il leggendario “sono un dottore non un muratore” guarire l’essere di silicio dalle sue ferite. Cos’è, dunque, la vita, ci si domanda in Star Trek. E’ pietra (come nel caso dell’Horta, ndr.) ma è anche metallo, ingranaggi e software come nel caso di Data. In La Misura di un Uomo (TNG, ndr.) l’androide protagonista della terza serie targata Star Trek (la seconda è la serie animata, ndr.) deve difendere la sua essenza di essere senziente e per questo vivo, davanti a un tribunale federale che lo vorrebbe relegato al grado di “strumento”. La difesa di Picard è sentitissima fino al verdetto finale che accoglie l’istanza sulla “vita” di Data. Ciò che è vivo è ciò che ha consapevolezza di sé, e Data ha una profonda consapevolezza di se stesso. Continuando su questa falsa riga in Carne ed Ossa, bellissimo episodio doppio della Settima stagione di Voyager si affronta un altro quesito. La vita è pietra (e quindi può essere qualunque altro materiale, ndr.), è meccanismi e software, ma può essere fotoni e campi di forza? Un ologramma può essere vivo. Il personale ammutinamento dell’MOE della Voyager per andare a seguire una nave di ologrammi che chiedono l’autodeterminazione ci dà una risposta in parte ambigua ma eticamente condivisibile: se un ologramma è vivo lo è per autodeterminarsi ma anche per pagare di persona i suoi errori. La vita prevede onori ed oneri, ed uno di questi è la responsabilità per ciò che si compie. Qualche episodio dopo, infatti, sempre in Voyager nell’episodio L’Autore, L’Autore, l’MOE rivendica il diritto di essere l’autore di un romanzo olografico. Secondo le leggi della Federazione, infatti, un autore di un’opera d’arte non può essere un ologramma. Alla fine la sentenza non stabilirà se l’MOE è o non è un essere umano, ma farà di più, sancirà che comunque è un artista ed ha quindi la piena libertà di stabilire se una sua opera può o non può essere pubblicata. La vita è, quindi, per l’etica di Star Trek un insieme di fattori che hanno poco a che vedere con la biologia (nasce, cresce, si riproduce e muore, ndr.), ma più che altro con la coscienza di sé, la capacità di autodeterminarsi, di crescere interiormente e poi, alla fine, anche quella di riprodursi e di morire.
Strettamente legato al concetto di vita sta quello dell’amore e della sessualità. In Star Trek vi sono diversi episodi che affrontano questi temi: da quelli scanzonati e dongiovanneschi che hanno come protagonista Kirk o il più giovane Riker; a quelli più profondi e coinvolgenti che troviamo in TNG (Amore e dovere, ad esempio, ndr.) o in Voyager (la storia d’amore tra Janeway e il suo compagno in Forza lavoro, ad esempio, ndr.). Ma è in DS9 e nell’episodio Riuniti (Quarta Stagione, ndr.) che Star Trek vince tutti gli stereotipi del tema e proseguendo nei concetti già espressi in “Diritto di Essere” affronta il tema della omosessualità, senza mai pronunciarlo. Il fatto che l’omosessualità non venga pronunciata non è, si badi bene, per discrezione, ma per rendere ancor più evidente un semplice e banale concetto “essere omosessuali non significa nulla di nulla: è un modo di essere come un altro”. Spieghiamo meglio accennando alla storia: come i trekker sapranno il popolo dei Trill vive in simbiosi con un essere vermiforme che, ad una certa età, gli viene innescato nel ventre. I Trill umanoidi vivono la vita media di un umanoide, il simbionte può vivere diversi secoli, quindi un simbionte che passa di corpo in corpo trasmette di cervello in cervello tutte le esperienze pregresse che ha fatto in tutte le vite che ha vissuto come ospite di un umanoide. Ma allora, se marito e moglie che si sono amati e poi sono morti, si rincontrassero ospiti di corpi diversi, potrebbero continuare ad amarsi? Secondo la legge dei Trill no. Eppure Jadzia Dax, (donna e che donna, ndr.) protagonista di DS9, Trill, incontra la sua vecchia moglie e la rincontra in un corpo di donna, e scopre di essere ancora innamorata di lei. La geniale intuizione degli sceneggiatori è quella di sostituire il tabù di un rapporto omosessuale con un altro, il tabù dei Trill di non potersi riunire con mariti, mogli, amanti avuti nel passato. Nessuno dei personaggi di DS9 pensa solo per un attimo che Jadzia e la sua vecchia moglie non possano stare insieme perché sono due donne; ma, i Trill presenti nella storia guardano a quella relazione come qualcosa di sconveniente e scandaloso perché riunisce due persone che un tempo erano marito e moglie! Un paradosso che fa sorridere ma che sottolinea ogni società ha i suoi tabù, e come ogni tabù ha le sue illogiche conseguenze. Questo episodio fa coppia con uno più vecchio, di alcuni anni prima intitolato L’Ospite apparso nella Quarta Stagione di TNG. Qui, la dottoressa Crusher innamorata di un Trill maschio, scopre, alla fine dell’episodio, che per quanto ami quell’essere non può amarlo se poi la sua essenza, il suo simbionte, viene trasferito in un corpo di donna. La rinuncia che fa la dottoressa Baverly ammettendo con fatica di “non essere pronta” a tali cambiamenti, è drammatica e sofferta e fa il paio con la passione che invece travolge Jadzia e la sua vecchia fiamma in Riuniti.
Cambiando completamente argomento, parliamo dei rapporti con altri pianeti e altre civiltà. Se è vero che la principale missione dell’Enterprise è quella di andare alla ricerca di nuove forme “di civiltà”, è anche vero che questa ricerca è rigidamente regolamentata. Nella serie classica, infatti, sentiamo parlare di PRIMA DIRETTIVA. Si tratta della “più sacra delle nostre leggi” dirà poi Picard in TNG. Di cosa si tratta? In una parola alle astronavi della flotta stellare e, in generale, ai membri della Federazione Unita dei Pianeti è proibito interferire nella sorte di mondi e pianeti alieni se non si è esplicitamente invitati a farlo. Esiste poi un’estensione della PRIMA DIRETTIVA, che vuole la non interferenza per tutti i mondi pre-curvatura (vale a dire per tutti i mondi incapaci di viaggiare a velocità maggiori della luce, ndr.). Questo concetto è stato alla base di decine di episodi di Star Trek; la sua applicazione e la sua mancata applicazione hanno fornito agli sceneggiatori della saga, materiale per rendere tridimensionale ogni singolo personaggio, per dare alle storie un afflato epico di rara intensità, per imporre allo spettatore di “pensare a ciò che sta guardando”. La prima è più importante questione che, praticamente tutti i capitani hanno dovuto affrontare è: si deve applicare la PRIMA DIRETTIVA nel caso in cui un intero pianeta e un’intera razza rischiano di scomparire? Le risposte sono state disparate. Sia nella TOS che in TNG Picard e Kirk hanno aggirato la prima direttiva, l’hanno piegata e, nella sostanza, non l’hanno sempre rispettata. Citare tutti gli episodi in cui questo avviene è praticamente impossibile oltreché inutile (anche perché se state leggendo questo articolo siete dei fan della serie e quindi più che informati sui fatti, ndr.), quello che invece vale la pena dire è che questo concetto nasce nella mente di Gene Roddenberry negli anni Sessanta, in piena guerra del Vietnam, continua in TNG durante la guerra del Golfo, e perdura fino ai primi anni Duemila durante l’attacco preventivo contro l’Iraq. Questo non vi dice nulla? Tutte guerre in cui la PRIMA DIRETTIVA è stata bella che violata, ed era stata anche violata quando gli stati Occidentali con gli USA in testa avevano venduto armi a questi paesi (la vendita di armi o di tecnologia a pianeti pre-curvatura o similari rappresenta una violazione della PRIMA DIRETTIVA…Almeno in Star Trek, ndr.). Può essere un caso che Roddenberry si inventi questa PRIMA DIRETTIVA così articolata proprio quando l’opinione pubblica statunitense inizia a protestare per la lunga permanenza in Vietnam? Può essere un caso che nell’ultima serie di Star Trek, Enterprise, si parli di una razza, gli Xindi, che “per non saper né leggere né scrivere” uccidono Sette Milioni di Terrestri in un attacco preventivo (avevano saputo che i terrestri avrebbero a loro volta distrutto il loro pianeta, ndr.) che tanto assomiglia a quello lanciato dagli americani in Iraq? La PRIMA DIRETTIVA però non si ferma a questioni come “la salvezza di un pianeta” o a conflitti interplanetari. Va oltre, riguarda anche usi e costumi dei popoli. In Diritto di Essere (TNG stagione 5, ndr.) Riker (il secondo ufficiale di Picard, ndr.) si innamora di una donna androgina di una società che non ha distinzione di sessi in quanto procrea tramite fecondazione artificiale. Il quesito che si pone è semplice. E’ giusto minare le basi di una società (belle o brutte che siano, almeno così come ci appaiono a noi, ndr.)? Secondo Picard fare questo viola la prima direttiva, sconsiglia quindi il suo primo ufficiale a proseguire la relazione o, ciò che è peggio, a innescare una rivolta sociale in un pianeta straniero. E’ una posizione giusta? Quale corrispettivo ha nella nostra società dove si organizzano marce contro il velo delle donne mussulmane o si penalizzano genti che hanno alla base del loro modo di vivere il nomadismo, come i ROM? Il messaggio che Gene Roddenberry, e i continuatori della sua opera vogliono dare è semplice: non c’è un modo giusto di vivere ed uno sbagliato; esiste il nostro modo di vivere e quello degli altri. Il modo di vivere degli altri può anche essere brutale, incivile e discriminante; ma, ogni società deve trovare da sola il bandolo per uscire dalle proprie storture in un atto di maturazione lenta e inesorabile che deve essere compiuta con i propri mezzi e le proprie convinzioni.
ontinuando a parlare di Etica e rapporti umani e sociali non possiamo dimenticare Giustizia Sommaria uno degli episodi più belli e significativi di Star Trek TNG. In sintesi si parla di una persecuzione legale nei confronti di un individuo sol perché questi ha un avo romulano. La persecuzione, la giustizia che rifiuta se stessa dimenticando tutte le principali garanzie dell’imputato, l’intolleranza, vengono qui tutte al pettine della profonda morale del capitano Picard, il quale pronuncia uno dei più importanti monologhi della saga: “al primo anello la catena è già formata…”, quando per la prima volta ci si dimentica delle più sacre delle leggi: le garanzie costituzionali (la libertà dell’individuo è inviolabile, ogni individuo ha diritto ad un processo giusto, ogni individuo ha il diritto di essere giudicato dai suoi pari, e così via ndr.); già da questa prima volta si forma una catena che non si può più spezzare. La Federazione Unita dei Pianeti non usa fare, sottolinea Picard, giustizia sommaria dei suoi cittadini. Picard ha un così profondo senso della morale e dell’etica che sembra un personaggio antico e moderno ad un tempo. Lui, militare di carriera, dirà in un episodio (La Figlia di Data, ndr.) “esistono momenti nella vita di un uomo in cui una persona dotata di buona coscienza non può semplicemente obbedire agli ordini”; il che significa, che là dove le istituzioni non arrivano a far rispettare la morale e l’etica, il singolo individuo può ergersi a difensore dei principi più sacri della civile convivenza. Un altro episodio giudiziario chiarisce ancor di più la questione. Si tratta de Il Processo tratto dalla seconda stagione di DS9. Qui, il capo O’Brian viene sottoposto ad un processo cardassiano; proprio per dare allo spettatore l’intensa sensazione di quanto tale popolo sia diverso da quello federale, gli sceneggiatori mettano a punto l’idea che a Cardassia la sentenza venga emessa e resa pubblica prima del processo, e il processo serve solo a far vedere quante e quali prove schiaccianti sono state raccolte contro l’imputato (rivestendo, quindi, una valenza puramente propagandistica, ndr.), in una parola il processo non può cambiare la sentenza. Il giudizio e il pregiudizio, la necessità che in una società civile le garanzie giuridiche siano difese a spada tratta (Picard, ndr.) e che non ci sia un pregiudizio che infici la sentenza (come nell’episodio di DS9, ndr.).
Seguitando su questo argomento e ampliandolo ad un contesto molto più ampio che affronta la legalità della guerra e dei conflitti tra le nazioni, nostro punto di riferimento non può che diventare DS9, dove due episodi saltano subito all’occhio. Inter Arma Enim Silent Leges (settima stagione, ndr.), vale a dire “In guerra le leggi tacciono” (Cicerone, ndr.); e La Coscienza di Un Ufficiale (sesta stagione, ndr.). I due episodi sono accumunati da una domanda: cosa si può fare per vincere una guerra? Se “il bene” si accorge di star perdendo la sua eterna lotta con “il male”, può agire ignorando le leggi e la morale pur di vincere? Cicerone, duemila anni or sono, aveva già dato la risposta: è inutile cercare la legge in tempo di guerra, essa tace, è muta, inerte ed inefficiente. E allora? Allora bisogna fare un patto con il diavolo, scendere a compromessi. Sisko (in La Coscienza di un Ufficiale, ndr.) abbandona ciò che ritiene la sua convinzione più sacra pur di fare entrare in guerra i Romulani contro il Dominio, diventando complice inconsapevole di un delitto. C’è qualche rimorso in lui? Ovviamente sì, ma lui sa che vivere tutta la vita con la coscienza macchiata da un terribile delitto può essere il prezzo giusto da pagare pur di liberare il Quadrante Alpha dalla terribile minaccia del Dominio. Durante la guerra tutto è permesso, non vi sono vie facili per le coscienze elevate, e il sangue lorda tutte le mani, anche di chi non combatte. Ecco perché, le guerre non andrebbero fatte.
Ma, durante le guerre, oltre che le leggi, possono venir meno anche le libertà civili. Di grande attualità è il tema che gli autori di DS9 affrontano nell’episodio Il Paradiso Perduto (quarta stagione, ndr.). La Terra minacciata dal dominio viene portata sull’orlo della legge marziale da un gruppo di fanatici militaristi della flotta stellare. Sul momento Sisko sembra condividere l’inasprimento delle misure di sicurezza che servono a proteggere il nostro pianeta dai Cambianti; poi, però dopo un contrasto con il padre fa tesoro delle parole del suo genitore: “Se i fondatori vogliono distruggere il nostro paradiso, la Terra, devono venire qui a sporcarsi le mani, io non lo farò per loro”. Un messaggio chiaro, leggi restrittive delle libertà personali fanno solo il gioco di coloro che vogliono terrorizzarci (non riconoscete lo schema: terrorismo – leggi sulla sicurezza - limitazione delle libertà personali? Ndr.). Alla fine dell’episodio, infatti, un cambiante sotto le mentite spoglie di O’Brian chiede a Sisko: “Quanti Cambianti pensa che ci siano sulla Terra in questo momento? Quattro, solo quattro…”, e il terrore per solo quattro cambianti ha portato il pianeta alle soglie della legge marziale. Nulla, quindi, deve convincerci a rinunciare a ciò che abbiamo faticosamente conquistato: la libertà personale e quella civile.






Star Trek The Original Series: la rivoluzione silenziosa
Piccolo saggio su la serie più famosa della TV e la società americana dei Sixty, ad uso e consumo di chi dice che Star Trek non riguarda la SF…

 di Claudio Chillemi

Non sempre le rivoluzioni si combattono con la spada e con il sangue, a volte sono battaglie silenziose che s’intraprendono quasi per caso e alla fine si diventa fautori involontari di un cambiamento epocale. Nulla sembra più lontano da questo concetto come una piccola serie di fantascienza che veniva alla luce quasi per combinazione, nella metà degli anni sessanta, sugli schermi televisivi statunitensi, eppure…Quello che stava per accadere avrebbe cambiato per sempre la storia della società americana, dando nuove chiavi di lettura del presente, permeando profondamente di sé la stessa concezione del futuro, e creando delle icone che sono entrate come leggende nell’immaginario collettivo; ma andiamo con ordine e, per prima cosa, facciamo un passo indietro “culturale”.
Durante il regime fascista in Italia nacque una corrente poetica chiamata “ermetismo”, essa si prefissava, attraverso un’elaborata costruzione lirica di difficile comprensione, di esprimere idee e pensieri che potessero bypassare la feroce censura del regime. Uno dei maggiori poeti ermetici fu il premio Nobel Salvatore Quasimodo, che, attraverso i suoi versi, diede voce alla volontà pacifista degli intellettuali del tempo, sottolineando gli orrori e le visioni distorte della vita che il governo di “allora” propinava agli italiani. Lo stesso concetto della poesia ermetica, vale a dire nascondersi dietro un solido e rigido apparato culturale per poter meglio sbeffeggiare i censori e i controllori, sta alla base di una certa fantascienza, soprattutto quella nata nell’immediato dopoguerra; citiamo tra tutti il grande G.Orwell, ma potremmo proseguire con Heilain, e concludere, negli anni sessanta con Star Trek: TOS.
Per capire bene quale grande episodio culturale sia stata la serie classica di ST, bisogna fare un’altra premessa sull’America degli anni sessanta. In effetti, questo decennio è stato uno dei più sezionati, o meglio, vivisezionati ( e sì, perché quando ancora gli anni Sessanta dovevano finire, c’era già chi li studiava da “vivi”), dalla sociologia, dalla filosofia e dall’antropologia di fine secolo. Dai Kennedy a M.L. King, dal volo sulla Luna alla Guerra nel Vietnam. Ma cosa erano in realtà gli USA di quel periodo? Erano un luogo dove il passato e il futuro venivano prima in contatto e poi drammaticamente in collisione; erano la prova di maturità di una superpotenza che, nel decennio successivo, avrebbe condotto una guerra che di freddo aveva solo il nome; erano un crogiuolo di speranza (il messaggio pacifista del reverendo King e la Conquista dello Spazio), ma anche di tragedie (la guerra e le lotte razziali).
In questo contesto un giovane e sfrontato ex poliziotto decide di sfondare nel campo della TV, che, per dirla con il già citato Orwell, più che il “grande fratello”, potrebbe essere chiamata la “grande sorella”. G. Roddenberry, nell’ideare la TOS, ha in mente un vecchio concetto tutto americano, “la frontiera”. Vale a dire la necessità dell’uomo di avere un continuo traguardo da raggiungere. Era stato tutto ciò a spingere i pionieri ad avanzare da est verso il lontano ovest (il mitico Far West); ma una volta arrivati al mare, questi esploratori non erano sazi di nuove mete, ed allora si erano inventati la “frontiera finale”, l’ultima frontiera, l’universo. La corsa allo spazio era stata spasmodica tra americani e sovietici, perché rappresentava un viatico incredibile per una propaganda senza fine. Allo spazio erano arrivati prima i russi, ma alla Luna arriveranno prima gli USA, la conquista dell’ultima frontiera era appena agli inizi, ma in TV era andata ancora più avanti.
Una carovana di pionieri”, era questa l’idea originale dietro la TOS che Roddenberry aveva sbandierato ai quattro venti a tutti i responsabili dei network televisivi cui aveva proposto il suo progetto e, in effetti, quello che risulta essere Star Trek non è poi tanto dissimile alla spedizione di esploratori vagheggiata dal suo creatore. Ma è a questo punto che la rappresentazione fantastica diventa un’arma di grande efficacia. Lo spazio assume i contorni chiari e netti di una metafora, quel futuro che la società americana sta lentamente scoprendo; e il percorso intrapreso dai nostri “carovanieri”, da KirkSpock e McCoy, più che scoprire “pascoli” o pianeti da sfruttare, si relaziona con inquietanti e insospettati casi “sociali” e “antropologici”. Ed ecco la cultura del diverso, dell’IDIC; dell’interrazziale; del mutuo soccorso; del pacifismo…E fermiamoci qua giusto per mettere tutto in ordine. La science-fiction, dicevamo, è l’arma adatta per parlare di corda in casa dell’impiccato; e la censoria tv di allora (che, lasciatecelo dire, fa il paio con quella di oggi) molla un po’ la cinghia, perché tanto : “…E’ solo fantascienza!”. Ecco come nasce quella lunga sequela di rivoluzioni silenziose che contraddistinguono la TOS. Vediamole più da vicino.
In primo luogo, a parte il concetto di frontiera, la serie classica di ST è il prodotto televisivo meno americano messo in onda dalla televisione statunitense dei Sixty e anche di oggi, tranne qualche lieve caduta di gusto (Le Parole Sacre e il Lincon di Sfida all’Ultimo Sangue). Nessun accenno patriottico, nessun proclama sulla superiorità del popolo a stelle e strisce; tanto che tra i sette personaggi principali solo due sono inconfondibilmente yankee: Kirk e McCoy. Gli altri spaziano tra l’Europa (Scott e Checov), l’Africa (la bella Uhura) all’Asia (Sulu) e un pianeta straniero (Spock). Una scelta precisa che ci introduce alla seconda rivoluzione, l’inter-razzialità che permea di sé tutta la serie. Nessun distinguo, nessuna preclusione per il diverso. Il futuro è un’epoca illuminata dove il “mostro” non esiste. Inutile citare per i trekker più appassionati l’episodio chiave che esplicita fin troppo bene questo concetto : Il Mostro dell’Oscurità. Qui facciamo conoscenza di un popolo particolare, gli Horta, che vivono tra le rocce e sono fatti di silicio. Gli Horta, per continuare il precedente parallelo con i pionieri del far west, sono un po’ come i pellirossa: vedono la loro terra invasa e reagiscono. In effetti, contemporaneamente al cinema (che per la prima volta negli anni sessanta redime gli indiani americani in pellicole di grande rilievo), anche ST compie un vero e proprio capovolgimento copernicano della prospettiva: noi come ci comporteremmo se invadessero la nostra terra e uccidessero i nostri figli? Lo scambio di battute tra il responsabile delle miniere e Kirk è emblematico a proposito: “Quell’essere ha ucciso cinquanta dei miei uomini!”, dice il primo, “…E voi migliaia dei suoi figli!”, risponde il secondo. Gli Horta e gli uomini possono vivere insieme, cooperando per uno scopo comune: è questo il messaggio che la storia ci lascia. Una tesi forse troppo buonista e ottimista (…conoscendo l’uomo…), ma senza dubbio innovatrice per una società come quella americana di allora che fino ad un paio d’anni prima proponeva improbabili figure di indiani come novelli “Erode” o “Nerone”. Quindi, dopo il rifiuto del bieco e bigotto patriottismo e la ferma scelta della cultura del diverso, il terzo anello di questa lunga catena rivoluzionaria è la nuova visione della donnaST:TOS è un continuo oscillare tra il proporre la componente femminile come contributo estetico, e il presentare la donna come elemento attivo e fattivo della storia. Vi sono, infatti, diverse figure femminili, che lasciano trasparire forme stupende e sensuali (quasi tutte prede di Shatner, beato lui…), ma a fare il paio con queste ve ne sono altre di grande spessore; non mancano donne potenti e in ruoli chiave (non dimentichiamoci che in “The Cage”, il primo pilot della serie, la Numero Uno è una donna!), come la sfrontata Elena di Troia, o la dottoressa di Inversione di Rotta, ma anche il leader dei Trogloditi in Una città tra le Nuvole; ma il personaggio che più di ogni altro capovolge il concetto che fino a quel momento si era avuto della donna e, soprattutto, della donna di colore, è UhuraUhura sfoggia la sua minigonna, che i produttori della serie hanno voluto così smodatamente prorompente per attirare il pubblico maschile, con piglio deciso e senza mezzi termini; non rinuncia alla sua femminilità, che l’attrice N. Nichols trasforma da “punto debole” in punto di forza del suo personaggio; e, nello stesso momento, è un membro determinante dell’equipaggio: “Cosa crede che significhi addetta alle comunicazioni? Dire solo: Frequenze aperte?”. Un aspetto di “donna di colore” decisamente nuovo per la realtà del tempo, che non trova riscontro né in televisione, né al cinema, dove le afroamericane sono ancora delle “balie asciutte” per rampolli di ricche famiglie bianche. Si può benissimo dire (anche perché tanti testimoni dell’epoca lo affermano) che la figura della bella Uhura sia stata, insieme alle tesi di M.L.King, uno dei messaggi più forti e decisi contro la discriminazione razziale, imperante negli USA dei Sixty . Infine, abbiamo, quella che oggi potremmo pomposamente definire, la “questione politica”. Come detto, i censori del tempo permettevano alla SF di spingersi acutamente molto più in là di altre serie televisive di ambientazione più “realistica”. Ecco dunque, ST:TOS prendere posizione in quelle che furono le questioni nodali di allora: i figli dei fiori e la loro ricerca della pace, in Viaggio Verso Eden; i contrasti con l’URSS e la guerra fredda, che si rivedono nei rapporti con i Romulani; le lotte razziali, che si ritrovano in numerosi episodi, ma soprattutto nel bellissimo Sia Questa L’Ultima Battaglia, con gli incredibili alieni bicolore; e poi l’etica della scienza ne Il Computer Che Uccide e quella della vecchiaia ne Gli anni della morte; la favola ecologista in Il Paradiso Perduto; e tanti altri temi ancora. Se si pensa che appena un lustro prima di ST:TOS, l’America era stata scossa dalla Caccia alle Streghe che condannava sommariamente ogni messaggio di matrice anche solo vagamente sinistrorsa, le prese di posizione di Robbeberry e CO. risultano veramente ardite, anche per il solo fatto di affrontare tematiche così scottanti. D’altro canto, la fantascienza di allora vedeva il futuro sociale e politico dell’uomo come funestato da una serie incredibile di negatività: dalla guerra atomica al disastro ecologico; ed anche in questo gli artefici di ST hanno saputo remare controcorrente. L’umanità del 23° secolo ha vissuto le guerre Eugenetichele guerre atomiche, ma è riuscita a sopravvivere e ad evolversi in un modello di vita superiore, un miglioramento assoluto dell’uomo. Questo ottimismo, rappresenta un’indiscutibile rivoluzione all’interno “dell’intelighenzia” ben pensante del tempo. Ed ancora una volta tutto ciò, solo la fantascienza poteva permetterselo.
ST:TOS è, quindi, per tali motivi e per tanti altri che in questa sede sarebbe troppo limitato esporre, un vero pilastro della storia televisiva (e quindi sociale) di tutto il mondo, giungendo di fatto, dove nessun’altra serie del piccolo schermo è mai giunta prima.


Una Generazione di Eroi
Di Claudio Chillemi
Fin dalle sue origini, la Fantascienza ha avuto nel fumetto uno dei generi espressivi privilegiati. In effetti, se si vuole tracciare una storia del fumetto e della fantascienza, gli intrecci sono parecchi, e i parallelismi frequenti. Iniziando dai notissimi Buck Roger e Flash Gordon, che poi hanno avuto una straordinaria fortuna anche al cinema e alla televisione.
Il primo nato da una serie di romanzi di  Philip Francis Nowlan, avrà la sua maggior fortuna con una striscia a fumetti quotidiana a cavallo tra gli anni venti e trenta. Buck, uomo del ventesimo secolo, si risveglierà dopo 500 anni di ibernazione, in un futuro pieno di meraviglie dove finirà per integrarsi quasi alla perfezione.
Suo compagno di avventure fumettistiche è Flash Gordon nato dalla fantasia di  Alex Raymond. In realtà Flash, al contrario di Buck Rogers, nasce come nuvola parlante e poi si evolverà in altre forme espressive (come detto dal cinema alla televisione, ma anche alla radio). Anche Flash è trasportato dalla sua realtà, ad un’altra, un pianeta alieno che sembra minacciare la terra.
Buck e Flash, dunque, sono esseri estranei inseriti per forza o per necessità, in una realtà diversa, immaginaria, completamente lontana da quella a cui sono abituati. Che è poi uno dei topoi più importanti della Fantascienza, che si avvale spesso dell’espediente narrativo del diverso inserito in un contesto perturbante.
Vera rivoluzione copernicana, in seno alla fumettistica di fantascienza, è la nascita, di Superman, pubblicato nel 1938. Al contrario dei suoi predecessori, Superman non è un essere normale in un mondo immaginario, ma un essere immaginario in un mondo normale. Non si tratta, ovviamente, di una novità assoluta; anche come supereroe Superman ha diversi predecessori; ma mai nessuno ha avuto un impatto così determinante nel mondo nel fumetto, e della fantascienza a fumetti.
Nato dalla fantasia di Jerry Siegel e Joe Shuster, sulle origini di Superman si sono spesi litri d’inchiostro; soprattutto sulla questione del superomismo  nietzscheano sbandierato dal regime nazista proprio negli anni in cui il nostro nasceva e dava inizio alla sua fortuna. In realtà, se le due cose si vogliono collegare (e pare impossibile non farlo), Superman incarna    sicuramente di più l’ideale di superomismo di matrice emersoniana, di quel E.W.Emerson (filosofo e studioso americano) che predicava l’ideale paternalistica di un uomo superiore che mette le sue qualità a servizio della collettività.
Nato un paio di anni dopo per mano di Bob Kane e Bill Finger, Batman è l’antitesi di Superman. Tanto oscuro e lunare il primo, quanto solare e luminoso il secondo. Batman non ha superpoteri, si affida alla tecnologia. Una sorta di supereroe positivista che vede nella inventiva umana la capacità di scacciare il male e affermare la giustizia sociale. Ma anche qui, come in Superman, si nota la matrice paternalistica: l’uomo normale ha bisogno dell’eroe per aspirare ad una società più giusta, non esiste spazio per una redenzione personale dell’individuo.
E’ singolare come alla vigilia della più sanguinosa guerra che la razza umana abbia mai combattuto la fantascienza a fumetti si interroghi sulla qualità dell’EROISMO. Come è altresì singolare che, nella stesso tempo, la fantascienza letteraria, invece, si trovi su altri mondi o in altre era, per solcare le profondità dello spazio. Possibile che nessuno si accorga che il mondo si trovi sull’orlo dell’abisso? Oppure, molto più semplicemente, il fumetto e il poket di Science Fiction devono distrarre il lettore da una realtà ingombrante? Verrebbe da rispondere un po’ l’uno, un po’ l’altro. In effetti, Superman e Batman rappresentano due risposte nette e chiare (e soprattutto legate al sogno americano) alla propaganda hitleriana sulla superiorità della razza ariana;  ma la guerra? Chi pensava, sul finire degli anni Trenta che gli USA sarebbero stati coinvolti in una guerra? Anzi, molte famiglie della ricca borghesia americana, dai Rockfeller ai Kennedy, in più occasioni, avevano espresso ammirazione per Hitler e Mussolini. Ma, quando nel 1941, con Pearl Harbor, gli USA entrarono in guerra, si dovette creare una nuova forma di Supereroe ad hoc, Capitan America.
Il personaggio nasce dalla mente di J.Kirby, come elemento di propaganda durante la seconda guerra mondiale, dove rappresentava un'America libera e democratica che si opponeva ad un'Europa imperialista e bellicosa, ed ebbe un grande successo di pubblico; tuttavia con la fine del conflitto perse la sua popolarità, nonostante un (vano) tentativo di riciclarlo come cacciatore di comunisti durante i primi anni della guerra fredda.
Capitan America si impone come elemento di passaggio tra il fumetto di fantascienza e il suo sottogenere più famoso e diffuso, il fumetto supereroistico. In effetti, Cap nasce dalla solita formula magica di una scienza ai confini della realtà e, di fatto, nasce in campo fantascientifico; ma la sua vita si sviluppa nel terreno più materiale della guerra. Leggendo le sue avventure, si dimentica presto la matrice SF. Solo molto dopo, quando il personaggio tornerà in vita con la Marvel, la sua valenza fantascientifica tornerà in auge (soprattutto nelle storie di Teschio Rosso).
Cap è un eroe a tutto tondo. Fiero paladino dell’americanità prima; tornato in vita dopo una lunga ibernazione, diventa il primo feroce critico della nuova America, fino ad arrivare, in tempi recenti, ad opporsi fieramente ai dettami di una Stato di Polizia che vuole limitare i diritti umani (il crossover Civil War).
Il travagliato passaggio del fumetto fantascientifico a cavallo delle seconda Guerra Mondiale è segnato senza dubbio dal genere supereroistico; ma, in realtà, molti altri fumetti, meno noti, parlavano di viaggi interstellari, di realtà parallele, e di altro. Ma in un momento in cui il mondo era sull’orlo dell’autodistruzione, purtroppo era fin troppo facile affidare la propria fantasia e la propria speranza all’atto coraggioso di un solo uomo, il supereroe di turno. Infatti, subito dopo la guerra, finisce la golden age dei fumetti, e si assiste ad un progressivo declino del supereroe.
Bisogna aspettare quasi un decennio per veder rinascere una nuova forma di fumetto fantascientifico di stampo supereroistico. La nuova formula, ideata da Stan Lee, è “supereroi con super problemi”. Un colpo di genio assolutamente confacenti ai tempi, quegli anni Sessanta, tutti un fermento di lotte per i diritti civili, per la libertà di espressione e di pensiero, dove le nuove generazioni combattono contro le vecchie per liberarsi dai comportamenti bacchettoni e ottusi che li vogliono prigionieri di stilemi cristallizzati e anacronistici.