Saggistica breve

Claudio Chillemi intervista Paul Di Filippo


1. Oggi è impossibile iniziare a parlare di fantascienza senza parlare della pandemia. La prima domanda, forse banale, è: in che cosa questa realtà supera la fantasia e in che cosa la fantasia può superare la realtà? 

L'arrivo del Covid-19 in un'umanità già sofferente è veramente uno scenario da Cigno Nero. Sebbene potesse essere teoricamente prevedibile, specialmente alla luce della Sars e di altre mortali malattie contagiose, le sue esatte dimensioni e portata non erano per nulla ovvie ma, al contrario, complesse ne siamo stati presi alla sprovvista.  Anche gli esperti sono stati colti impreparati.  Gran parte della fantascienza ha descritto piaghe che portano la civiltà a un arresto critico, con molta devastazione fisica e collasso delle istituzioni.  La cosa strana di questa piaga è il suo ‘effetto bomba a neutroni.’  L'infrastruttura rimane intatta, ma la gente scompare!  Tutto si conclude più o meno tranquillamente.  È, inoltre, una sorta di ‘confortevole catastrofe’, quel termine che Brian Aldiss coniò per indicare i disastri che permettono di avere ancora alcune cose piacevoli.  Posso ancora mangiare e bere, al sicuro in casa mia, tutto ciò che mi piace, ma l'acquisizione di questi beni di consumo comporta un certo pericolo, uno sforzo e una seccatura. Internet, inoltre ci permette di continuare a comunicare con gli altri e di divertirci.  Come può questo essere un tipico scenario di disastro fantascientifico se sto ancora guardando ‘L’ascesa di Skywalker’ in pigiama?  Penso che lo scenario fittizio che più si avvicina alla nostra situazione sia qualcosa scritto da Ballard.  O forse la città di Bellona nel ‘Dhalgren’ di Delany.  In ogni caso, Philip K. Dick rimane il nostro principale profeta.  Stiamo vivendo in ‘I giorni di Perky Pat’.  Come spiega Wikipedia: ‘In questa storia, i sopravvissuti di una guerra termonucleare globale vivono rinchiusi in enclavi isolate della California, sopravvivendo con ciò che possono recuperare dai rifiuti e dalle provviste che arrivano da Marte. Le generazioni più anziane trascorrono il loro tempo libero con l'omonima bambola in un gioco di ruolo di evasione che ricorda la vita prima dell'apocalisse - uno stile di vita che viene rapidamente dimenticato.’    A questo siamo arrivati!   Devo dire che il mio futuro ‘Ribofunk’, dove le bio-scienze sono predominanti, comincia a sembrare ogni giorno sempre più probabile.

2. Sappiamo che sei un lettore instancabile, e che recensisci numerosi libri ogni mese. Quali di questi libri (non ancora pubblicati in Italia) consiglieresti ai tuoi amici editori italiani?

Al culmine della mia follia recensiva ero arrivato a più di 100 libri all'anno!  Ora sono sceso a recensire circa 50-60 titoli.  Mi sento poco informato!  Tuttavia, potrei puntare ad alcuni nuovi buoni titoli.  Paul Mcauley è uno dei pilastri forti della SF statunitense, e la sua ‘The War of the Maps’ è un'emozionante ‘storia d'amore planetaria’.  Tim Powers continua ad estrarre la sua vena di "California Fantasy", e la serie dei suoi due libri ‘Alternate Routes’ e ‘Forced Perspectives’ è divertente e inquietante.  Ma il pezzo forte del 2020 finora è ‘The Vanished Birds’ di Simon Jimenez, che amalgama Delany con Cordwainer Smith e Le Guin.

3. A proposito della tua attività di scrittore, hai recentemente pubblicato alcuni libri. Antologie di racconti e un romanzo. Puoi parlarne?

Ho scritto tre romanzi polizieschi naturalistici pubblicati in rapida successione, tutti raccontano le imprese di due truffatori imbranati, Glen e Stan. ‘The Big Get-Even’, ‘The Deadly Kiss-Off’ e ’The Mezcal Crack-Up’. Mi sono divertito a scriverli, e penso che offrano un buon amalgama di umorismo e suspense.  Affrontare scene e personaggi contemporanei è un bel cambiamento rispetto alle speculazioni sul futuro!  La mia collezione di storie più recente, ‘Infinite Fantastika’, è stata pubblicata nel 2018 e contiene un folle assortimento di racconti.  Sono molto orgoglioso della mia novella ‘Aeota’ (2019) che descrivo come ‘Philip K. Dick incontra Thomas Pynchon’.

4. Quali sono i tuoi futuri progetti personali in campo editoriale?

In questo momento sto ultimando una particolare collaborazione: una fusione delle menti tra me e il mio io più giovane!  Diciassette anni fa ho pubblicato una storia dal titolo "Shipbreaker."  Ha sempre richiesto un seguito e quindi sto concludendo la storia, da troppo tempo rimasta in sospeso, "Worldshifter."  Ci sono voluti alcuni sforzi per riappropriarmi dello spazio mentale del mio io più giovane, ma mi ha fatto piacere vedere che aveva una discreta quantità di intelligenza e talento!  Il mio prossimo progetto è un altro romanzo poliziesco, ambientato nel 1961, quindi non devo considerare nessuna realtà pandemica!  Ma sono anche molto entusiasta di un romanzo che dovrebbe apparire nel 2021 da ‘Night Shade’.  Intitolato ‘The Summer Thieves’, è il mio tributo alle opere spaziali di Jack Vance. 

5. Una prima domanda sulle tue origini. Vivi a Providence, la città di Lovecraft, qual è il tuo rapporto con questo famoso concittadino?  Ha influenzato in qualche modo la tua attività di scrittore? O la tua capacità d’immaginazione?

Iniziai a leggere Lovecraft da adolescente, vivevo ancora fuori Proence nella casa dei miei genitori.  Visitavo la città in autobus e assaporavo l'atmosfera cupa della Providence degli anni '70, che aveva più in comune con la Providence degli anni '30 rispetto alla Providence di oggi.  Ma all'epoca non ero ben informato sui luoghi realmente abitati che apparivano nell’immaginario della vita di HPL. A quel tempo era più difficile reperire informazioni.  Quando mi sono trasferito a Providence nel 1976, sono finito ad abitare in una delle strade di HPL!  Barnes Street.  Lui viveva al numero 10 ed io al numero 52.  Da quel momento in poi ho familiarizzato con tutti i punti di riferimento della sua vita e che servirono a rendere la sua finzione più realistica.  Ad oggi non ho ambientato racconti nella città, ma la sua presenza quotidiana ha certamente dato un tocco di colore alla mia concezione della vita!  Quando i turisti arrivano in città io esigo che la prima tappa sia la tomba di HPL!

6. La seconda domanda sulle tue origini. Rhode Island è uno degli stati con la maggior parte di immigrati di origine italiana, e tu sei uno di loro. Conosciamo le tue amicizie con molti autori italiani e i tuoi viaggi nel nostro Paese. Vorrei chiederti, hai letto e apprezzato scrittori classici italiani che in qualche modo hanno contribuito alla tua formazione culturale? Se si, quali e perché?

Sto per cospargermi la testa di vergogna e cenere!  La mia lettura della miriade di bellissimi autori classici italiani è molto scarna, di fatto quasi inesistente.  Posso dire con certezza di conoscere bene Italo Calvino e Umberto Eco.  Ma in un certo senso sono più cittadini del mondo piuttosto che solo italiani, credo.  Se mai avrò un minuto libero, prometto di rimediare a questa mia enorme mancanza!  Per favore, non negarmi la possibilità di tornare nel tuo meraviglioso paese a causa dei miei crimini letterari!

7. È la terza volta che collaboriamo insieme, per me è stato un piacere e un onore. Ho imparato molte cose su come scrivere e come raccontare una storia. Come è stata questa esperienza per te? 

Molti scrittori hanno detto, "La collaborazione è il doppio del lavoro per la metà dei soldi!"  Non penso che questo sia vero.  Mi piace sempre condividere l'intelligenza e le abilità dei miei partner.  Ogni collaboratore elabora fatti e frasi che una sola persona non avrebbe mai pensato.  Il risultato è di solito molto caratteristico e imprevedibile.  Tutto questo penso che sia riscontrabile nel nostro racconto, ‘Come Pietre Aguzze e Taglienti’.  È in parte siciliano, in parte americano, creando un unico e succulento ibrido!  Ma forse quello che mi piace di più è la personalità esuberante e chiassosa, mai-dire-mai di Claudio Chillemi!

8. Inizialmente ho proposto una storia di Ucronia e Stempunk, ma mi hai detto che volevi una nuova sfida. Quale pensi sia il genere di fantascienza che meglio si adatta a questo momento storico?

Non sono una persona che crede che "fuga" sia una brutta parola.  Molti tipi di finzione sono deliberatamente e splendidamente progettati per portare il lettore lontano verso strane dimensioni dove le pene quotidiane del 2020 sono dimenticate.  Lo steampunk può farlo in larga misura, e anche l’ucronia, anche se forse in misura minore.  Per esempio, leggere lo steampunk di James Blaylock ti fa dimenticare il presente, così come le storie alternative dell'Impero Romano di Alan Smale.  Ma una delle virtù chiave dello stile fantascientifico di Heinlein è stata il coinvolgimento con il presente, estrapolazioni da quella base per tracciare il futuro.  Questo è il tipo di SF più difficile da scrivere (accanto alla Hard SF) e quindi viene trascurata.  Ma ho pensato che sia arrivato per noi il momento di affrontare una storia del genere.

9. Ultima domanda. Quando vieni in Sicilia a mangiare un arancino con noi?

Sicuramente questa piaga del 21esimo secolo ha annullato tutti i nostri progetti.  Niente mi renderebbe più felice che tornare immediatamente in Sicilia e stare con così tanti miei buoni amici.  Ma ora, al di là dei soliti problemi legati al tempo e al denaro, dobbiamo preoccuparci di questioni di salute e di decreti governativi.  Ma ricordate solamente questo: due anni dopo la pandemia del 1918, il pianeta entrava negli Anni Ruggenti del 1920.  Jazz, gin, ragazze emancipate, night club, vita mondana!  Forse tra un anno o due da ora, potremo iniziare a goderci degli anni felici che saranno ricordati come i Ruggenti Venti - Venti!



Carlo Recagno

di Claudio Chillemi

 

Durante l’ultima Sticcon abbiamo incontrato uno dei suoi assidui frequentatori. Si Tratta di Carlo Recagno, uno degli autori di uno dei più famosi e apprezzati fumetti italiani, Martin Mystère (da questo momento MM). Svoltasi in appendice di una delle tante esibizioni tenutesi sul palco del Centro Congressi di Bellaria, l’intervista che segue traccia un ritratto a tutto tondo del simpatico fumettista italiano e del mondo del fumetto fantastico di casa Bonelli.

D. Quali sono  i tuoi rapporti con la fantascienza in generale?

R: Beh, i miei rapporti con la fantascienza non sono molto diversi da quelli che ho con altra letteratura di genere. Non ho una conoscenza approfondita e non sono un esperto di fantascienza, tradizionale o moderna. Credo di avere la "cultura televisiva" tipica di tutti gli esponenti della mia generazione; come tutti coloro che sono stati bambini negli anni settanta, sono cresciuto guardando UFO e SPAZIO 1999, per poi passare nell'adolescenza a BATTLESTAR GALACTICA (quello originale, ovvio) e alla serie classica di STAR TREK, che negli anni del liceo seguivo con passione e fedeltà.

D. Parlando di Star Trek, quanto Star Trek c’è nel tuo lavoro di fumettista?

R. C'è spesso qualcosa a livello di citazione. Per esempio, in un albo speciale di qualche anno fa (NdA: "Martin Mystère: Generazioni", del 2002), ho voluto fare "interpretare" dei personaggi ad alcuni membri del Ponte di Comando dello Stic (un “direttorio” democraticamente eletto che cura tutti gli aspetti dello Star Trek Italian Club, NdR). A volte mi diverto anche semplicemente a nascondere il numero di serie dell'Enterprise (NCC-1701) nella targa di una automobile che compare in una vignetta. Insomma, cerco di inserire qualcosa di Star Trek dove posso.

D. Ti piacerebbe scrivere un fumetto di Star Trek?

R. Ho in effetti in cantiere un progetto del genere, con la collaborazione di Giacomo Peroni (disegnatore di "Jonathan Steele") alle matite e di Luca Vergerio alle chine. Vorremmo farlo uscire per la sezione editoriale dello Stic, anche se non sappiamo ancora quando sarà pronto. In ogni caso, si tratta di una vera e propria storia "da fan", che unisce personaggi di tutte e sei le serie di Star Trek (già, ho detto sei: infatti

 

D. Parlando di MM, come hai iniziato a scrivere MM?

R. E' stato il mio primo lavoro da professionista. Nell'estate del 1989 Alfredo Castelli (creatore e autore di Martin Mystere, NdR) era alla ricerca di nuovi autori per una nuova serie allora in preparazione, "Zona X" (collana Bonelli dedicata a storie del mistero interrotta qualche anno or sono al numero 45, NdR), e io, molto spavaldamente, volli propormi. Andai a visitare Alfredo in redazione, e lui mi ricevette subito, malgrado non avessi preso alcun appuntamento (che ci volete fare; ero giovane, inesperto e anche un po' sprovveduto!). Castelli mi disse subito che purtroppo, in quel momento, non c’erano più spazi per sceneggiatori

nella nuova serie (ero arrivato tardi); c’erano però opportunità per scrivere nientemeno che Martin Mystère. Circa due settimane dopo mi feci di nuovo vivo (stavolta previo appuntamento), con un soggetto; lui lo accettò, e mi disse di sceneggiarlo. Naturalmente venni pervaso dal panico! Fino ad allora avevo realizzato soltanto piccole cose a livello locale, e d'improvviso mi ritrovavo a lavorare per la Sergio Bonelli Editore! Era come arrivare subito in serie A dalla C2...

D. Ora cosa stai preparando?

R. Da giugno 2005 Martin Mystère è diventato bimestrale, aumentando però le pagine da 96 a 160, e abbiamo varato anche una nuova uscita "fuori serie", il "Martin Mystère Maxi". Malgrado le uscite più rarefatte (in tutto undici albi all'anno contro i sedici di prima), di fatto adesso produciamo di più, e la casa editrice ha richiesto un maggiore impegno sia da parte di Castelli che mia. Di questi undici albi annuali, quindi, otto/nove saranno scritti da Alfredo e me, almeno per i primi tempi. Quest'anno di mio è già uscito il Gigante, e nel resto del 2006 ci saranno lo speciale estivo a luglio, l’Almanacco (del Mistero, una vera chicca per gli amanti del fantastico, NdR) a ottobre, nonchè il consueto appuntamento con "Storie da Altrove", lo spin-off di MM, che narra storie ambientate nel passato. E' una serie che include sempre personaggi "illustri" - sia reali che di fantasia - come "guest star"; in passato abbiamo fatto storie con Sherlock Holmes, Mark Twain, Giuseppe Garibaldi; l'anno scorso - su suggerimento di Alfredo - ho scritto un albo con Gabriele D’Annunzio, malgrado sia un personaggio che ho sempre trovato antipaticissimo (e infatti ne ho approfittato per prenderlo in giro). Quest’anno torneremo a un personaggio letterario, uno dei pochi "grossi" nomi che non avevamo ancora trattato nell'universo martinmysteriano: Dracula.

D. Ti piacciano le ucronie e lo steampunk?

R. Le storie alternative e le linee temporali divergenti sono una mia passione; purtroppo non sono una passione di Alfredo Castelli, altrimenti avrei già da tempo scritto una storia raccontando "cosa sarebbe successo" se Martin Mystère non avesse mai ricevuto la sua arma a raggi atlantidea, per esempio. Mi piaceva molto la vecchia collana "What if", in cui gli eventi chiave del mondo Marvel venivano rivisitati e stravolti. Per quanto riguarda lo "steampunk", invece, non mi aveva mai interessato particolarmente finchè non ho letto "La lega degli Straordinari Gentlemen" di Alan Moore (che mi intrigava in partenza perchè appartiene anche a un'altra categoria, che invece amo da sempre, quella dei pastiche letterari), e allora ho cambiato idea almeno un po'. Tra parentesi, prima di Moore, Castelli aveva lanciato sull'"Almanacco del Mistero" le avventure del "Docteur Mystère", l'antenato di Martin; era una specie di "serie parallela" non troppo seria e appunto con connotazioni anche steampunk. E' durata soltanto cinque episodi, ma mi sarebbe piaciuto che fosse continuata.

D. Le tue storie sono incredibilmente puntuali in fatto di riferimenti storici e geografici, come ti documenti?

R. Oggi prima di tutto tramite Internet. Prima che ci fosse la rete mondiale mi documentavo andando in biblioteca, o ricorrendo ai miei libri.

Una delle regole d'oro per un narratore è: "scrivi di argomenti che conosci", e io, per quanto mi era possibile, ho sempre cercato di scrivere di argomenti che mi stavano a cuore e per i quali avevo già materiale in abbondanza. Da quando esiste Internet, però, è tutto molto più facile, soprattutto per la raccolta di materiale iconografico. Il fatto che anche quasi tutti i disegnatori, oggi, siano dotati di un computer e di un collegamento in rete, rende poi il lavoro ulteriormente più facile (o quantomeno più rapido): mi basta inviare al disegnatore un link dicendogli: qui trovi le immagini del luogo in cui è ambientata la sequenza, qui c'è un ritratto del personaggio storico che compare alla vignetta 3 di tavola 56, e via dicendo.

D. Ti piace viaggiare, visto che MM è un viaggiatore?

R. No, sono estremamente sedentario.

D. Ma allora come entri in un personaggio così avventuroso come MM?

R. Basta viaggiare con l'immaginazione...e poi ci sono precedenti illustri, come per esempio Salgari; anche lui non aveva mai viaggiato, eppure ha scritto meravigliose avventure.

D. Ti piacerebbe scrivere su qualche altro personaggio della Bonelli?

R. Sono anni che scrivo soltanto Martin Mystère (e relativi spin-off) e tutto sommato mi trovo bene così. MM è uno di quei personaggi che seguivo prima di tutto da semplice lettore, e quindi ho questa soddisfazione personale di essere arrivato a idearne io le avventure (vale la stessa cosa, per esempio, con Moreno Burattini e Zagor). Certo, provare a fare qualcosa di diverso, ogni tanto, sarebbe come prendersi una vacanza...

D. Fuori Bonelli, che fumetti leggi?

R. Leggo varie cose, dai cartonati "alla francese" (mi piacciono molto Termite Bianca e Sky-doll) ai supereroi.

Da ragazzo leggevo praticamente tutto;  ora purtroppo non più (causa anche la mancanza di tempo), ma continuo ad essere prima di tutto un fan e a guardarmi attorno.

Per esempio, mi sono trovato ad apprezzare la nuova versione dei Vendicatori (supergruppo della Marvel, ndr.) scritta da Brian Bendis.

Inoltre seguo con regolarità quello che fanno i miei autori preferiti, come Peter David o Alan Moore.

Sono anche un fan di Neil Gaiman (l’apprezzato autore della saga a fumetti di Sandman e del pluripremiato romanzo SF American Gods, NdR.); ho letteralmente divorato "1602", la miniserie che ha fatto per la Marvel con la sua versione dei supereroi trasposta nell'Inghilterra elisabettiana, e attendo con impazienza la sua versione degli Eterni di Jack Kirby (nuova miniserie della Marvel, disegnata da John Romita jr., di cui nel frattempo è uscito il primo numero. NdA)

D. Parliamo di autori italiani. Cosa ne pensi di Hugo Pratt e di Magnus?

R. Mi rammarica un po' dire che Pratt non è mai stato nelle mie corde, anche se ho un ricordo molto vivo della "Ballata Di Un Mare Salato (il capolavoro che ha introdotto Corto Maltese, NdR.) quando è stata pubblicata per la prima volta sul "Corriere dei Piccoli" (e questa dichiarazione, ahimè, purtroppo mi data). Magnus, invece, è sempre stato uno dei miei preferiti, se non il mio preferito in assoluto, sin dai tempi di Alan Ford. Lui è un altro di quegli autori di cui ho apprezzato tutto, o quasi tutto: Lo Sconosciuto, La Compagnia della Forca (miniserie a fumetti disegnate e scritte dal grande fumettista, NdR.) e soprattutto lo straordinario "I Briganti" (opera SF estremamente originale, rimasta purtroppo incompiuta, NdR.) di cui amavo molto il miscuglio tra elementi Fantasy e tecnologici.

D. Che differenza trovi tra le Convention dei fan dedicate al fumetto e quelle dedicate alla Fantascienza?

R. Beh, le Convention del fumetto le vedo ormai più con l’occhio dell"addetto ai lavori", visto che da anni le frequento per tenere incontri col pubblico e promuovere Martin Mystère (fermo restando il divertimento di curiosare per gli stand; quello c'è sempre). Le Convention di fantascienza e di Star Trek, invece, le vivo totalmente da fan; anzi, diciamola tutta: da vero e proprio nerd, felice e contento di indossare l'uniforme per qualche giorno.

Ho conosciuto lo Stic nel 1991 e da allora non sono mai mancato a una Sticcon; è come una famiglia con cui ogni anno mi ritrovo molto volentieri. E, anche al di fuori delle convention,  la "famiglia" si tiene sempre in contatto nel resto dell'anno attraverso la Mailing List.

D. Un’ultima domanda, di quale mistero ti piacerebbe scrivere?

R. Mi piacerebbe scoprire come mai i treni arrivano sempre in ritardo!

Ma temo che resterà un enigma per sempre...

 

David Gerrold in Italy

Intervista di Claudio Chillemi 

Partiamo subito con una domanda su Star Trek così poi non ci pensiamo più. Hai conosciuto Star Trek e la fantascienza televisiva molto giovane, per te è stato più un peso o una spinta nella tua carriera?

Star Trek ha debuttato sulla NBC alle 8:30 PM nella notte di Giovedì 8 Settembre 1966. Il primo episodio è stato "Trappola umana". L’ho visto, sono rimasto molto colpito, e mi sono subito seduto a scrivere una storia da sottoporre alla serie. Già lunedì 12 settembre mi rivolsi a Gene L. Coon (che era uno dei curatori della serie) che rimase molto colpito dalla storia e mi invitò a una riunione dello staff. Mi dissero che per la prima stagione tutte le storie erano già state scritte, ma che sarebbero stati felici di prendere in considerazione il mio plot per la seconda stagione. Ed è così che è nato "Animaletti pericolosi".

Come descriveresti il tuo rapporto con Gene Roddenberry e gli altri scrittori della serie originale?

La prima persona che ho incontrato negli uffici di Star Trek è stato Gene L. Coon. Mi ha trattato con genuino calore e amicizia, così con un grande rispetto. Lo ammiravo enormemente Non ho incontrato Gene Roddenberry fino a dopo che “Animaletti pericolosi”  era stato effettivamente girato. Era stato in vacanza, ma ho fatto l’incontro quando è tornato e mi ha detto che pensava che la sceneggiatura era molto ben fatta. Ho incontrato Dorothy Fontana (D.C. Fontana, ndr.) sul set, e lei mi ha insegnato molto sugli standard professionali e il formato degli script (sceneggiature, ndr.). Credo di aver imparato di più da Dorothy che da chiunque altro, a causa del suo impegno per la serie che la vedeva coinvolta praticamente in ogni episodio.

Come valuti l'evoluzione di Star Trek dopo la morte di Roddenberry? La Paramount e i produttori che si sono succeduti alla guida del marchio hanno fatto un buon lavoro?

 La serie originale era di esplorazione. Si trattava di curiosità e scoperta. Trattava della questione essenziale di tutta la fantascienza: "Che cosa significa essere un essere umano?" Gli episodi migliori di Star Trek sono sempre stati in merito a tale questione, hanno sempre dato da pensare allo spettatore. Alcuni degli spettacoli e film di Star Trek, da allora, hanno concentrato la loro attenzione sull’esplorazione e la natura dell’universo. Viviamo, infatti, in un tempo notevole. Abbiamo inviato gli uomini sulla luna e hanno riportato scoperte mozzafiato che hanno cambiato la nostra conoscenza di come il nostro sistema solare è stato formato. Abbiamo inviato robot per esplorare la superficie di Marte e hanno inviato fotografie sorprendenti e altre scoperte che dimostrano che una volta l’ acqua era lì e forse anche la vita. Abbiamo inviato sonde fuori oltre i bordi del nostro sistema solare. Noi abbiamo foto incredibili di tutti gli altri pianeti e le lune. Per la prima volta nella storia umana, abbiamo una idea reale del nostro posto nell'universo fisico. Abbiamo inventato  tecnologie incredibili e abbiamo fatto scoperte sorprendenti. Io dico che la vera avventura della scienza è molto più maestosa per me di qualsiasi cosa che chiunque può scrivere in una fantasia o anche in un romanzo di fantascienza. Per questo credo che i migliori episodi di Star Trek sono quelli che portano quell’ avventura nella vita reale.

Secondo te, in quale forma espressiva la fantascienza ha più potenzialità? La Tv, la letteratura, il cinema, il fumetto o, magari, i più moderni videogiochi? E Perché?

Mentre i film possono creare un mondo visuale, un libro si può prendere tutto il tempo di spiegare la scienza che sta dietro il pensiero dell'immaginario. Per quanto io ami un grande film di fantascienza, e ce ne sono stati molti da ammirare, io continuo a pensare che un ottimo libro di fantascienza può dare qualcosa alla tua immaginazione che nessun film può.

Parliamo dei tuoi libri. Che tipo di scrittore di Sf ritieni di essere? Legato più ad una letteratura ottimista e progressista, oppure hai una visione pessimista del futuro?

Ho una visione molto ottimistica del futuro. Si consideri la lunga storia del genere umano. Siamo sopravvissuti a  tutti i tipi di cataclismi e malattie, anche quando pensavamo di non avere nessuna chance. Ora che abbiamo una migliore comprensione della fisica e della biologia e dell'evoluzione, siamo in grado di costruire gli strumenti per sopravvivere a qualunque “disastro” la natura ci riservi e, probabilmente, anche alle conseguenze dei nostri stupidi errori.

Il tasso di progresso scientifico sta accelerando. Computer e Internet hanno reso possibile di far circolare le informazioni velocemente, in modo che gli scienziati, ricercatori e ingegneri possano tenere il passo con i nuovi sviluppi in tempo reale. Abbiamo anche gli strumenti per riconoscere e prevedere le tendenze e fare previsioni prima che diventino una “crisi”. Tutto questo mi fa pensare che siamo nel processo di costruzione di un mondo molto più efficiente per noi stessi. La vera domanda è: c’é spazio in questo mondo per altri scopi?

Gli Chtorr sono una razza assolutamente originale, come originale è la loro invasione del nostro pianeta. Come hai avuto l'idea per questo ciclo di romanzi? Che ruolo ha per te, nel futuro della terra, la questione ecologica?

Per me, tutto è una questione ecologica. Infatti, la mia storia - "Animaletti pericolosi" - è una storia ecologica. Ogni cosa è collegata. Non possiamo mai pensare di vivere indipendentemente da qualsiasi cosa intorno a noi. Non lo facciamo. Abbiamo bisogno di aria per respirare, acqua da bere, da mangiare, vestiario, alloggio, e le altre persone. Tutte queste cose esistono nella nostra vita solo perché vi è un sistema di supporto ben organizzato. Questo sistema di supporto trae energia dal pianeta che ci circonda. Abbiamo bisogno di acqua per crescere il nostro cibo. Abbiamo bisogno di luce del sole per far crescere il nostro cibo. Abbiamo bisogno di energia per elaborare il cibo e distribuirlo e conservarlo. Tutto quello che facciamo richiede energia. Questa energia deve venire da qualche parte. Allo stesso modo, tutto ciò che facciamo ha una conseguenza. Ogni quantità di rifiuti che produciamo deve andare da qualche parte, ha un effetto sull'ambiente da cui dipendiamo. Non possiamo far finta che non siamo parte del sistema.
Quando ho avuto l'idea per "The War Against The Chtorr" è stato il riconoscimento che non è semplicemente invadere un pianeta con macchine gigantesche morte raggi ardenti, lo si deve colonizzare. Tu porti le tue mucche e pecore e capre e cani e gatti e grano e mais e fragole e le api e tutti gli altri pezzi del tuo sistema di supporto ecologico. Ho cominciato a disegnare un'ecologia aliena che era piena di interrelazioni complesse come la nostra, e poi ho dovuto estrapolare qualche centinaio di milioni di anni di evoluzione all'interno di quella dell'ecologia. Quello che si vede nei libri è solo la punta di quell'incubo.

The Martian Child è un romanzo decisamente autobiografico. Cosa ti ha spinto a voler raccontare sotto forma di Sf un avvenimento così importante della tua vita?  

Beh, questo è davvero ironico. Quando ho deciso di adottare il mio bambino, l'assistente sociale mi ha chiesto se avevo intenzione di scrivere un libro sull’adozione. Ho detto di no, volevo solo essere un buon padre. Pochi mesi dopo mio figlio venne a vivere con me, però, nel frattempo, avevo avuto un'idea per una storia su quanto lo amavo. "Il bambino marziano" è niente di più che una lettera d'amore per mio figlio. La battuta finale è che sì, potrebbe essere un marziano, ma è il mio marziano e lo amo tantissimo. Quindi no, non avevo intenzione di scrivere un libro ma l'ho fatto comunque. Sì, è autobiografico. Ma la verità è che tutte le storie che ogni scrittore mette su carta sono l’esemplificazione di come lui vede l’universo. E le storie migliori sono quelle in cui la passione dello scrittore mostra se stesso. "Il bambino marziano" è la storia più appassionata che abbia mai scritto, perché è tutto su una delle parti più importanti della mia vita. Credo che lo scrittore deve essere disposto a mettere la sua anima nuda in mostra se vuole essere al suo meglio. Non ci sono premi per la sua abilità se lui si “nasconde nell'armadio”.

Di recente sei stato in Italia, cosa ammiri di più della cultura di questo paese? Quale luogo italiano ti ha colpito di più? Che cosa ti ha lasciato dentro questo lungo viaggio?

So che a molti americani piace chiamare l’Inghilterra "la madre patria." Ma io non credo che sia giusto. Tutte le civiltà occidentali hanno un debito enorme con l'Italia, perché siamo in grado di rintracciare il meglio della cultura occidentale (e alcuni dei peggiori difetti), seguendo tutta la strada a ritroso fino all'antica Roma. Così, quando ho visitato l'Italia (e questo non era il mio primo viaggio) è stato come immergermi nelle radici della cultura occidentale. E l'arte, i dipinti, le sculture, l’architettura, le chiese, anche il modo in cui sono organizzate le varie città, tutto questo è come fare un tuffo in profondità tra gli elementi costitutivi più romantici del nostro mondo di oggi. Ma l'America è ancora una nazione molto immatura. Viaggiando in Europa, posso vedere delle civiltà che esistono da secoli, luoghi che hanno un patrimonio che risale a millenni or sono. Per essere franchi, è come avere 200 anni di ragnatele nella mia testa e quindi non trovo lo spazio per vedere 2000 anni di storia. Ma la parte davvero divertente è incontrare così tante brave persone, e scoprire non solo tutte le nostre piccole differenze, ma le somiglianze, che magari sono anche più grandi, non importa da dove tutti noi proveniamo. La cosa più divertente che ho vissuto nel vostro paese era di uscire a cena ogni sera con i miei nuovi amici e ascoltare le storie che avrebbero raccontato. Il punto più alto di tutto il viaggio è stato quanto ho imparato ascoltando.

Ti abbiamo visto scattare parecchie fotografie, cos'é per te la fotografia?

Mio padre era un fotografo professionista, è stato uno dei migliori fotografi professionisti di Los Angeles. Come risultato, ci sono scatole e scatole di fotografie che ci ha lasciato. Tutti questi ricordi ci hanno dato un punto di vista privilegiato sulla nostra vita. Non avere foto è come non avere un passato. Quindi penso che avere una documentazione fotografica è uno dei doni più importanti che posso dare a me stesso. Ho scattato 7000 foto durante il mio viaggio in Italia, Parigi e Londra. Io uso quelle immagini come screensaver sul mio computer, e ogni giorno mi viene in mente un posto dove sono stato o qualcosa del genere che ho   visto  o  qualcuno   che    è   diventato

un nuovo amico. E 'un modo per tenere in vita il mio passato e parte di quello che sono.

Quali sono i tuoi progetti letterari per il futuro?

Ho solo un progetto principale per il futuro e che è quello di finire "la guerra contro gli Chtorr." Ho appena venduto un racconto, una storia di fantasy e fantascienza intitolata "Night Train To Paris", che si basa su una delle mie avventure in Europa. E ho chiamato un personaggio della storia col tuo nome, Claudio.

 Breve bibliografia ragionata di David Gerrold, relativamente a ciò che è apparso in Italia.

Ciclo La guerra contro gli Chtorr

1.      1983 - La guerra contro gli Chtorr (A Matter for Men), Altri Mondi (Arnoldo Mondadori Editore 1990); Urania n. 1194 (Mondadori 1992)

2.     1984 - Il ritorno degli Chtorr (A Day for Damnation), Altri Mondi (Mondadori 1992); Urania n. 1218 (Mondadori 1993)

3.     1987 - Il giorno della vendetta (A Rage for Revenge), Altri Mondi (Mondadori 1992); Urania nn. 1244-1245 (Mondadori 1994)

4.     1991 - L'anno del massacro (A Season for Slaughter), Altri Mondi (Mondadori 1993Urania Argento n. 7 (Mondadori 1995)

Nel 2004, Gerrold ha annunciato i titoli dei restanti tre capitoli della saga:

5.     Un metodo per la follia - (A Method For Madness)

6.     Un'epoca di inganno - (A Time for Treason)

7.     Una questione di coraggio - (A Case for Courage)

Nel 2008 il quinto libro è stato completato con una data di pubblicazione stimata per il luglio 2011. Gli ultimi capitoli del settimo sono già stati scritti.

Ciclo Ascensore per la Luna

1.      2000 - Ascensore per la Luna (Jumping Off the Planet), Urania n. 1439 (Arnoldo Mondadori Editore 2002)

2.     2001 - Prima fermata: Luna (Bouncing Off the Moon), Urania n. 1459 (Arnoldo Mondadori Editore 2003)

3.     2002 - Leaping to the Stars

Ciclo Star Wolf

1.      1972 - L'ombra dell'astronave (Yesterday's Children, o Star Hunt), Urania n. 907 (Arnoldo Mondadori Editore 1981)

2.     1991 - Il viaggio dello "Star Wolf" (The Voyage of the Star Wolf), Urania n. 1182 (Arnoldo Mondadori Editore 1992)

3.     1995 - Le ultime ore di Shaleen (The Middle of Nowhere), Urania n. 1310 (Arnoldo Mondadori Editore 1997)

4.     2004 - Blood and Fire

Altri romanzi

Racconti

  • Triboli coi Tribli (Troubles with Tribbles, 1968), raccolto in Star Trek: la pista delle stelle n. 3, Mondadori, 1978
  • Pomeriggio con un autobus morto (Afternoon with a Dead Bus, 1971), raccolto in Protostars, Fantapocket n. 11, Longanesi, 1977
  • I signori della nuvola (The Could Minders, 1972), raccolto in Star Trek: la pista delle stelle n. 6, Mondadori, 1978
  • Inferno (Hell Hole, 1979), raccolto in Rivista di Isaac Asimov. Avventure Spaziali e Fantasy n. 4, Siad, 1980
  • Rex (Rex, 1993), raccolto in Dinosauri a Manhattan, Bompiani 1993
  • Il bambino marziano (The Martian Child, 1994), raccolto in Grandi Opere Nord n. 33, Editrice Nord, 1999


Star Trek: L’etica Medica

di Claudio Chillemi


Sarebbe giusto osservare che Star Trek se non fosse un serial di fantascienza, potrebbe benissimo essere scambiato per uno dei tanti telefilm “di corsia” presenti nelle nostre TV. Tante e tali, infatti, sono le implicazioni mediche che appaiono nelle storie. I dottori, poi, che hanno contraddistinto tutte le serie, sono personaggi di grande spessore e rilievo, tanto da essere considerati, non a torto, tra quelli più accattivanti. Chi non ricorda Leonard “Bones” McCoy? O Beverly “sono innamorata del capitano” Crusher? E ancora Julian “mi piace l’avventura” Bashir? Per finire con l’incredibile MOE, il medico olografico di emergenza della Voyager? Quattro tipi straordinari, ognuno dei quali ha avuto a che fare con più di un caso di coscienza.

Leonard McCoy, per sua stessa ammissione, è “un semplice medico di campagna” che viaggia, però, su un’ astronave a velocità di curvatura. Sembrerebbe un non senso, eppure è questo quello che genera l’incredibile alchimia del personaggio; il quale, pur di fronte ad alieni, malattie impossibili, morti apparenti, applica ad ogni cosa il buon senso che gli deriva dall’essere, appunto, un “semplice medico di campagna”, scoprendo, miracolosamente, che questo approccio risulta quasi sempre vincente.

Il suo rispetto per la vita travalica il semplice mondo biologico, per diventare qualcosa di più profondo, che coinvolge l’essere fin dentro la sua personalità: “Nella nostra Galassia ci sono con ogni probabilità tre milioni di pianeti simili alla Terra, e nell’Universo ci sono tre milioni di milioni di Galassie simili alla nostra; eppure ogni essere umano è unico! Capitano, non uccida quello di nome Kirk” (TOS: La Navicella Invisibile, ndr.).

Innanzi alla semplice equazione che vediamo in “Viaggio a Babel”, dove Spock è l’unico che può salvare suo padre Sarek dalla morte, anche a costo della propria vita; McCoy poco si cura di rischiare la vita di entrambi per salvare l’anziano ambasciatore vulcaniano. E lo fa, si badi bene, non per una malcelata forma di pietismo, ma perché sa che l’eventuale morte di Sarek per causa della “rigidezza mentale” di Spock, causerebbe a quest’ultimo un rimorso di coscienza senza pari. I meccanismi interni del complesso rapporto paziente-medico-parenti sono a lui ben conosciuti, alla stregua di un qualunque medico di famiglia, e questa conoscenza diventa un punto di forza nella sua professione di medico di bordo dell’Enterprise.

Quando poi è lui ad essere paziente, nello straordinario episodio “Ho Toccato il Cielo”, in cui si scopre soffrire di una malattia incurabile, McCoy applica anche a se stesso i protocolli di “buon senso” che lo contraddistinguono per tutta la serie. “Affronterò meglio la malattia se nessuno lo viene a sapere e potrò continuare il mio lavoro”, dice all’incredulo capitano Kirk. E quando gli si presenta l’opportunità di vivere i suoi ultimi giorni insieme ad una splendida donna che ha appena conosciuto ma di cui si è innamorato, anche qui non si tira indietro: abbandona tutto, la nave, gli amici e il lavoro, pur di stare insieme con lei. Dopotutto, l’uomo è più importante della sua malattia, della sua stessa vita.

Nella seconda emanazione del mondo creato da G. Roddenbberry, troviamo a bordo dell’Enterprise una donna facente funzioni di medico di bordo. Beverly Crusher con un passato tragico, la morte del marito sotto il comando di Picard suo nuovo capitano (innamorato di lei, aggiungiamo, ndr.), e con un figlio sopra le spalle. La Crusher ha una personalità forte ma discreta; non è un medico di campagna: è emancipata; non odia la tecnologia come Bones (il quale ha paura anche del teletrasporto! Ndr.), ma anzi ne fa un largo e circostanziato uso. Ma , sicuramente, il filo conduttore di tutti i medici a bordo di Star Trek, non la ignora e, per continuare con la similitudine, la imbriglia ben bene.

Nell’episodio “Questione di etica” (Star Trek TNG, ndr.), si trova appunto ad affrontare una delicatissima questione morale: è giusto rischiare la vita di un paziente che non è in pericolo di vita, per permettergli di camminare dato che è rimasto paralizzato? Fino a che punto può rischiare la medicina? Fino a che punto si debbono protrarre le cure? E’ giusto sperimentare su un paziente una cura o una procedura chirurgica se il paziente non corre nessun pericolo di morire? I temi sono forti, e la risposta che ne danno gli sceneggiatori (in questo caso il grande Ronald D. Moore del recentissimo Galactica, ndr.) è intrigante. Per il Klingon Worf la paralisi è una condizione appena più su della morte e, nella sua razza, presuppone un suicidio rituale in quanto l’essere infermo non permetterebbe di compiere il proprio dovere di guerriero. Ecco perché Worf sceglie di sottoporsi ad una rischiosissima e mai testata procedura chirurgica proposta da una collega della dottoressa Crusher; quindi la sua etica di paziente è salva. L’etica della dottoressa che interviene, però, viene fortemente criticata dalla Crusher e censurata nel suo comportamento ai limiti della legalità medica. La condanna che ne deriva è netta: la sperimentazione di una medicina o di un protocollo medico non può essere fatta a scapito dei pazienti.

Passando a Deep Space Nine troviamo il medico più giovane tra tutti quelli apparsi in Star Trek: Julian Bashir. Riguardo la questione etica, Bashir si trova nell’incredibile condizione di essere egli stesso una questione etica. Infatti, egli è il frutto della manipolazione genetica, severamente vietata dalla leggi della Federazione. Quello che gli autori di Star Trek si chiedono è semplice: fino a che punto si può spingere la manipolazione genetica? Fino a che punto si può intervenire sui geni di un bambino o su un essere adulto? E’ giusto creare una razza di uomini superiori o comunque diversi, solo grazie alla manipolazione genetica?

Il tema è affrontato in DS9 in ben 3 episodi (Il Dottor Bashir, suppongo; Probabilità Statistiche; Crisalide, ndr.). Qui si evidenzia l’estrema condanna che la Federazione dei pianeti fa della manipolazione genetica (addirittura il padre di Bashir finisce in prigione! Ndr.); ma, nello stesso tempo, si evidenzia come coloro che sono stati sottoposti a tale manipolazione vengano costantemente seguiti e, nel caso, curati, dalle strutture mediche federali. Bashir che, a suo modo, rappresenta un caso unico di potenziato genetico non recluso e/o estromesso dai suoi compiti nella società, funge da tramite tra il mondo dei geneticamente modificati e quello dei normodotati. Una funzione che il buon dottore percorre fino in fondo, conscio della delicatezza del compito, sempre in bilico tra la condanna (che la sua coscienza di medico gli detta, ndr.) per la manipolazione genetica e il suo essere (fino in fondo e senza compromessi, ndr.) un uomo geneticamente modificato. Quel che risulta è una tensione narrativa di straordinaria valenza, che cattura lo spettatore fino alla catarsi.

Sempre Bashir, in uno degli episodi più belli della terza stagione: La Scelta di Bashir, affronta un altro dei più importanti problemi etico/medici di Star Trek. Salvare un essere umano può costare allo stesso la perdita della sua identità di uomo? Julian può salvare un paziente dalla morte, ma per farlo deve cancellare per sempre la sua memoria, le sue emozioni, la sua personalità. Messo di fronte a questa scelta decide di farlo morire. Non si può salvare il corpo di un uomo ma perdere la sua vita; non si può salvare la vita di un uomo e perdere la sua essenza, vale a dire tutto ciò che lo rende unico, diverso dagli altri. Bashir compie questa scelta senza tentennamenti, interpretando il “non farai del male” del giuramento di Ippocrate nel senso più ampio e vero: quello di salvaguardare lo spirito dell’uomo anche a scapito della sua sopravvivenza fisica.


E’ singolare come gli autori di Star Trek abbiano deciso di far prendere decisioni etiche di tale portata al più giovane dei medici trekker. Bashir, infatti, proseguendo nella sua crescita come uomo e come medico, passa anche per decisioni che coinvolgono, in tempo di guerra, la scottante questione di come e quando utilizzare armi di distruzione di massa. Negli ultimi episodi della 7^ stagione, si scopre, infatti, che la Flotta Stellare (la sezione 31, in verità, ma con il bene placido della flotta, ndr.) ha volutamente infettato con una malattia incurabile Odo (il mutaforma, ndr.) per distruggere tutta la sua razza. E’ plausibile servirsi di un genocidio per vincere una guerra? Bashir lotterà con tutte le sue forze per salvare Odo, confermando in modo ineluttabile che anche la guerra ha i suoi limiti etici, e che il genocidio non rientra tra questi. “Inter arma enim silent leges”, durante la guerra le leggi tacciono, diceva Cicerone. Una massima che la Flotta Stellare applica pedissequamente pur di sconfiggere il Dominio, ma a cui Bashir (come tutto l’equipaggio di DS9, ndr.) si oppongono con tutta la forza della loro etica e della loro moralità.

In “Una Difficile Cura”, nella settima stagione di Voyager, troviamo l’MOE, il medico olografico di emergenza, innanzi ad un quesito etico che le sue subroutine (come le chiama lui, ndr.) non hanno difficoltà a risolvere in un nanosecondo. In una società dove il servizio sanitario nazionale è distribuito in base al reddito e all’importanza sociale dei pazienti (più sei ricco e importante più ti curo, più sei povero e socialmente irrilevante, meno ti curo), l’MOE si ribella e decide di dispensare le sue conoscenze mediche anche ai più deboli. Episodio che fin troppo palesemente mette alla berlina il sistema sanitario nazionale degli Stati Uniti, dove, appunto, rischi di morire se non hai una buona assicurazione; dove, al pronto soccorso, sei destinano in una o in un’altra corsia in base alla tua dichiarazione dei redditi. Tema forte e controverso nella società americana, su cui molti presidenti e candidati presidenti, hanno perso o vinto elezioni. Gli autori di Star Trek, comunque, ne danno una soluzione senza appello: tutti, ma proprio tutti, hanno il diritto di essere curati. Pensavate forse ad una soluzione differente?


Star Trek nell’Immaginario Collettivo della TV Generalista Americana

(Ovvero quanto Star Trek c’è nelle sitcom made in USA)

Di Claudio Chillemi

 

Star Trek non manca mai di stupire per tutta una serie di incredibili record che ha anellato nella storia della televisione, non solo americana. E’ uno dei programmi più longevi di sempre; probabilmente è quello da cui sono stati tratti più spin off; è quello che ha avuto più premi; che conta più fan sparsi per il mondo…Ma, con ogni probabilità, nessuno si è mai chiesto, quanto Star Trek c’è nel resto della televisione statunitense, vale a dire in quelle trasmissioni che non sono Star Trek. Allora, spinti dalla curiosità, ce lo siamo chiesti noi e la risposta è stata incredibile.

 

Per affinità iniziamo dalla serie TV Frasier ( trasmessa dal 1993 al 2004). L’unica affinità palese deriva dal fatto che è stata prodotta dalla stessa Viacom che produceva Star Trek; per il resto, sullo schermo televisivo niente è più lontano della storia di uno psichiatra radiofonico che vive a Seattle (interpretato da K.Grammer che tra l’altro ha preso parte alla puntata di TNG “Circolo Chiuso) da un gruppo di uomini che viaggiano su navi stellari; eppure, nulla è più vicino a Star Trek di Frasier. Perché? E’ difficile da spiegare così su due piedi, diciamo che in Frasier vi sono tutta una serie di citazioni trekker che è faticoso ignorare. Ma questo non basterebbe, vi sono poi numerosissimi attori di Star Trek che partecipano a diverse puntate di Frasier, attori importanti da Patrik Stewart a René Auberjonois; da Brent Spiner a Robert Picardo. Infine, un personaggio ricorrente di Frasier, Noel Chomsky (l’attore P.Kerr), è un trekker. Ma, andiamo con ordine è iniziamo dalla citazioni. Star Trek appare per la prima volta in Frasier nel 13° episodio della prima stagione, quando il nostro trekker afferma: “Sarei disposto a dare l’autografo del capitano Kirk pur di uscire con una ragazza!”. Ancora il personaggio di N.Chomsky qualche puntata più avanti dice: “Il capitano Kirk è impazzito ed ha ripreso il controllo della nave”, riferendosi al fatto che Frasier, malato e delirante per la febbre, non vuole lasciare la sua poltrona di speaker e psicologo radiofonico per paura di perdere il posto di lavoro. In questo pulsare di riferimenti trekker non manca anche una citazione sbagliata (nel 6° episodio della 3° stagione): “I bisogni di molti contano più di quelli di pochi, come dice il capitano Kirk (noi, in realtà sappiamo che è stato Spock, ndr.) della navicella (diciamo astronave, ndr.) Enterprise”. Come non mancano i riferimenti alla pazzia dei fan, quando Chomsky fa firmare a tutti i suoi colleghi di lavoro una petizione rivolta agli autori di Star Trek (Barman e Braga forse? Ndr.) in cui chiede l’introduzione di un personaggio chiamato Rosniak (da Roz, la donna di cui lui è innamorato, una delle protagoniste della sitcom interpretata da P.Gilpin, ndr.) che dovrebbe avere nientepoponimenochè “4mammelle4”. La pazzia di Noel è tale che, come si dice sempre nella 6° stagione, il tribunale gli ha imposto “di non avvicinarsi a più di 100 metri dal capitano Kirk”. Altro riferimento ai trekker e alle convention si ha nella 12° puntata dell’8° stagione in cui Frasier, per amore del figlio, sbarca in una convention piena di “folli”. Tra questi, un klingon vestito di tutto punto (anche troppo bene per essere un fan, ndr.) che gli indica la direzione; e un sempre presente Noel Chomsky che sfoggia una bella divisa della serie classica. Discorso a parte merita la lingua klingoon. Nella 9° puntata della 6° stagione, tra Noel e Frasier assistiamo ad un divertentissimo diverbio. Noel non vuole uscire dallo studio radiofonico e cincischia parlando del più e del meno:

“Sto ancora lavorando al mio dizionario klingoon/inglese”.

“Ah, davvero? E come si dice arrivederci in klingoon?”, chiede Frasier impaziente di buttarlo fuori.

“Dipende, se ti riferisci a un superiore…”, prende tempo Noel.

“Noel!”, lo redarguisce Frasier.

“Krish Krash!”, risponde il nostro dandosi alla fuga.

Per tutta la puntata Frasier lo congederà con il classico (?) arrivederci klingon di cui sopra. Ma il klingon appare in un'altra esilarante puntata della 10° stagione. Invero, la puntata più trekker dell’intera serie. Raccontiamola. Frasier deve partecipare ad una cerimonia ebraica che sancisce per suo figlio Frederick (di madre ebrea) l’ingresso all’età adulta. Il nostro psichiatra, allora, chiede a Noel, anch’egli ebreo, di preparare un discorso in lingua semita da leggere durante la cerimonia, visto che lui non la conosce. Noel accetta, ma chiede a Frasier di procuragli l’autografo di Scott Bakula. Frasier, per tutta una serie di motivi, non riesce ad ottenere il prezioso autografo del capitano Archer. Noel, allora, per vendicarsi, scrive il discorso anziché in ebraico in klingoon. Immaginate la sorpresa del rabbino quando sente Frasier gracchiare in lingua klingoon, ed immaginate la sorpresa di Noel, quando Frasier per farsi perdonare di non aver avuto l’autografo di Bakula gli fa pervenire un prop (oggetto di scena originale, ndr.) davvero straordinario: la parrucca indossata da J.Collins in “Uccidere per Amore”… Tante e divertenti sono le citazioni trekker in Frasier, ma elencarle tutte è davvero difficile. Più semplice, anche se comunque lungo è articolato, è parlare dei cammei e delle performance di attori già protagonisti in Star Trek, che appaiono in questa sitcom. Iniziamo con Virginia Madsen, l’attrice già apparsa in TNG e in VOY, ha in Frasier la parte di una bellissima donna in carriera, Cassandra, che fa perdere la testa al nostro psichiatra per ben 3 puntate (o, nella finzione scenica, per qualche mese…Ndr.). Cammeo microscopico (appena due battute) è quello di Nana Visitor che interpreta una femme fatale durante una festa snob del fratello di Frasier. Niels (l’attore D.H.Pearce, ndr.). Più consistente è la parte di Renè Auberjonois che interpreta il professor Tewksbury in 3 puntate della sitcom. Il nostro “Odo” da di sé un’immagine di grande caratterista, dando vita ad un personaggio simpaticissimo. Mentore di Frasier, insegnante universitario di psicologia, Tewksbury è il classico uomo di mezza età che divorzia e si prende una sbandata per una donna più giovane, Roz (di cui abbiamo già detto, stralunata e belloccia, interpretata da una bella P.Gilpin, ndr.). Altro cammeo, ma non di un attore di Star Trek, ma di un fan di grande fama, Bill Gates il quale, invitato a partecipare alla 200esima puntata di Frasier, saluta Noel con il più classico dei gesti vulcaniani. Nell’11° episodio della 9° stagione, appare invece Robert Picardo, che da vita al proprietario di una società che fornisce sistemi di sicurezza e che ha con Frasier un piccolo scontro perché i due padri (quello dello psichiatra e quello del nostro “dottore”, ndr.) sono in forte competizione tra loro. Nell’10° stagione troviamo Bret Spiner, che risolve una vicenda piuttosto complicata che interessa l’ex moglie di Frasier, Lilith. Spiner non pronuncia più di quattro, cinque battute ma il suo accattivante sorriso e i suoi occhi spiritati, sono di grande efficacia, come sempre. Dulcis in fundo, Patrick Stewart. L’attore sfodera una prestazione eccellente nei panni di un direttore d’orchestra gay che si innamora di Frasier. Ma, andiamo con ordine. Il nostro psichiatra è appassionato di lirica, pur di non perdere l’occasione di partecipare alle prove di una messa in scena “eccezionale” cede alle avance del nostro Stewart. Ne segue tutta una serie di gag e doppi sensi esilaranti che sfociano nella pubblica confessione di Frasier che ammette di “non essere gay” e di aver approfittato biecamente dell’omosessualità del direttore d’orchestra per soddisfare la sua passione di melomane. Episodio degnissimo, interpretato benissimo dal nostro Picard che non manca occasione per dimostrare quanto sia bravo e quanto poliedrico. Sono tanti altri gli attori che Star Trek e Frasier hanno in comune, farne un arido elenco non ha proprio senso, ha più criterio incitare tutti i trekker ad andare a scoprire Frasier che, come al solito, è stato bistrattato dalla televisione nostrana, e riscoperto dal satellite. Continuando nel nostro percorso passiamo a Dharma e Greg, esilarante sit com  con la brava e bellissima J.Elfman, che narra le vicende di un ricco avvocato che sposa la figlia di una vecchia coppia di Hippy. In effetti, la serie non dedica molto spazio a Star Trek (qualche divisa in feste in maschera e piccoli accenni all’Enterprise), ma tra tutti ricordiamo l’esilarante omaggio che gli autori fanno alla creazione di Roddemberry, che è forse la migliore citazione tra tutte quelle proposte in questo articolo. L’antefatto è semplice: Dharma ha un amica, Jenny, e vicina di casa molto particolare, che esercita sugli uomini una profonda attrazione sessuale. Un giorno Jenny si presenta a casa di Dharma dicendo:

“Senti, puoi tenermi il gatto? Devo andare ad una Convention di Star Trek?”

“Oh, davvero? Sei una trekker?”

“No, ma adoro gli uomini vergini di 40 anni!”.

In effetti, Jenny, tornerà con un uomo “vulcanico” (nel doppiaggio, il nostro “vulcan”, diventa vulcanico e non vulcaniano, ndr.) dalla Convention, con tanto di orecchie a punta. Passiamo a That 70’s Show, straordinaria sit com ambientata negli incredibili anni 70, con il bravissimo Ashton Kutcher. I ragazzi che vivono a Point Place, una piccola cittadina della provincia americana, hanno due miti: Star Wars e Star Trek. Il primo, invero, più del secondo, ma in molti episodi i protagonisti si travestono da personaggi di Star Trek TOS per impersonare in sogno come sarà il loro futuro. Davvero interessante questo accostamento tra Star Trek e il futuro. Il domani è visto con l’occhio dei costumisti della serie classica e le belle protagoniste dello show sono vestite con le vertiginose e sensuali minigonne mozzafiato che indossava la nostra Uhura. Per i ragazzi il futuro è un futuro di belle donne in divise dove la libertà di costumi (così idealizzata e invocata negli anni Settanta che la serie racconta…) è diventata realtà. Certo, esilaranti sono tutte le scene in cui questo strano gruppo di teen ager mettono i panni di ufficiali della flotta stellare e danno vita a strambe vicende di vita quotidiana dove i loro tic e le loro frenesie prendono la forma improbabili episodi di ambientazione Trek…Come molto divertenti sono quelli che prendono la forma di incredibili film di Star Wars, ma questa è tutta un’altra storia. Passiamo ai giorni nostri e a Perfetti Ma Non troppo. Questa Sit Com narra le vicende di uno svitato gruppo di colleghi che lavorano in una grande emittente televisiva. La protagonista è Sara Rue che interpreta il personaggio di Claude, visionaria e sognatrice, ingenua provinciale che si trasferisce a New York per trovare lavoro. Claude, in uno dei primi episodi della serie, introduce subito Star Trek. Sognando, infatti, una vacanza dal lavoro immagina di andare in Crociera sull’Enterprise, finché una voce non la sveglia al grido di: “Scendi dal Ponte, sporca Romulana!”. Claude ha quindi Star Trek nella mente e nel cuore e lo utilizza quotidianamente come quando sparge la notizia che ad una riunione di Condominio sarà presente Leonard Nimoy per far partecipare i condomini e raggiungere il numero legale; oppure quando lo utilizza come test per sapere se un ragazzo, vestito da Kirk, incontrato ad una festa in maschera per Halloween, sia quello giusto per lei:

“Questa è la divisa del Primo Ufficiale di Star Trek?” gli chiede sorniona.

“No, è quella del capitano!”, risponde il ragazzo tra lo stupito e l’offeso.

“Meno male, controllavo se eri un vero trekker!” risponde Claude tirando un sospiro di sollievo.

Ma in Perfetti Ma Non Troppo un altro personaggio è fan di Star Trek, anche se più volte cerca di mistificarlo. Ramona, interpretata da Sherri Shepherd. Ramona, donna di colore, è la migliore amica di Claude ed ha una vera passione per la nostra Uhura. In una festa in maschera, infatti, mette i panni del nostro bel tenente addetto alle comunicazioni e cerca di attirare l’attenzione di tutti i maschi presenti, anche se il suo più caro amico la scambia per “Spock dalla pelle nera”! Irritata dalla presa per i fondelli a cui è sottoposta per essere una trekker, qualche puntata più tardi si lascerà sfuggire una abiura piuttosto imbarazzante: “Una volta per tutte a me non piace Star Trek, vorrei che non l’avessero mai prodotto!”. In realtà, però, non è proprio così. Leggete il colloquio tra Ramona è un suo pretendente avvenuto qualche minuto dopo lo sfogo di cui sopra:

“E così sono tornato”

“Un poco come quando il signor Spock tornò su vulcano”

“Ci sono delle analogie, si. Sei un appassionata di Star Trek?

“E me lo chiedi? Volevo dire, affermativo, signore!”

“Non credo che a te piace Star Trek, dici così solo per conquistarmi”

“E’ vero, non so neanche di cosa parla”

“Potrei insegnarti tante cose”

“In merito alle astronavi”

“Non vedo l’ora!”.

E’ la volta di Will e Grace, divertentissima Sit Com interpretata da Debra Missing ed Eric McCormack. Durante le sette stagioni trasmesse in Italia non sono molte, ma divertenti e importantissime, le citazioni di Star Trek. La prima vede protagonista Grace che interagisce con un “pezzo” della storia Trek, Joan Collins (inutile dirvi in che episodio della TOS appare la futura protagonista di Dinasty…). La Collins interpreta una grande arredatrice newyorkese, un po’ vezzosa e un po’ “bastarda ubriacona”, che manda nel pallone la simpatica Grace (anche lei arredatrice), la quale le si rivolge goffamente con la frase Sembro uno degli sfigati che incontrano il capitano Kirk ad una delle convention di Star Trek”. Qualche puntata più tardi è Will che dice a Grace (mostrando il segno vulcaniano) per sottoscrivere un suo ragionamento “Molto logico signor Spock!”. Ed è sempre Will che, coinvolto in una partita di calcetto, sport che lui sconosce del tutto, al capitano della squadra che gli si presenta con “Io sono Kirk, il capitano” risponde tra il serio e il faceto: “Il capitano Kirk? Con chi combattiamo per prima con i Klingon o i Romulani?”. Ma è soprattutto nell’ultima stagione, esattamente nel 18 episodio, dove si tocca l’apice del citazionismo trekker, non solo in Will e Grace, ma in tutte le sitcom fino ad ora analizzate. Appare in questa puntata, infatti, George Takei, ma non nelle vesti di un personaggio ma in quelle di se stesso, poco tempo dopo il suo atto di outing in cui rivelava di essere gay. La puntata si snoda proprio intorno a questa rivelazione e al profondo significato che i valori della tolleranza hanno in Star Trek. Will dice molto chiaramente di non essere un trekker (“E’ da sfigati!!” commenta) ma di essere un “suluiano”, per l’incredibile coraggio avuto da Takei nel rivelare la sua vera sessualità. Raccontare la puntata in tutte le sue sfumature trekker è praticamente impossibili (“le languide occhiate di Sulu al capitano Kirk”, per farvi un esempio), ma proveremo a sintetizzare le parti più significative. Ad esempio una Action Figure di Sulu prodotta dopo la sua rivelazione di essere gay che tirando una leva dice : “Teletrasportami Scotty che voglio fare shopping” o “Su questo pianeta c’è aria respirabile e…Un negozio di Gucci!”. L’incontro vero e proprio con Takei alterna battute sul mondo omosessuale (“Signor Takei come mai non ha detto a quel tale attore vestito di una tunica senza spallina: regola i tuoi faser?” e Takei: “Glielo ho detto e lui ha riso così tanto che gli si è rotta la cintura!”) a profonde considerazioni su Star Trek, dice Will: “La serie si basava su tolleranza e accettazione, senza guardare al colore, alla specie o all’acconciatura. Spock nascondeva le sue orecchie, Uhura la sua femminilità o Sulu la sua? (magari lui si, ma erano altri tempi) Nessuno, però, su quella plancia di comando ha mai tradito la sua vera natura!”, risponde Takei sorpreso: “Era questo il senso della serie? Allora sono contento di averla fatta”. Pochissime citazioni trekker, ma serie imperdibile per tutti i fan è Boston Legal andata in onda tra il 2004 e il 2008. S tratta di un altissimo concentrato di personaggi, caratteri e attori tratti da Star Trek. Iniziando dal protagonista, un sorprendente William Shatner che sfodera, puntata dopo puntata, performance da attore consumato così importanti da valergli anche due Emmy e un Golden Globe. In cosa consiste la bravura di Shatner e in cosa assomiglia il suo personaggio a Star Trek? La bravura è relativa alla sua immensa capacità di interpretare “uno stronzo rincoglionito affetto dal morbo della mucca pazza”; mentre la somiglianza all’universo trekker si può mettere tranquillamente in relazione al fatto che il personaggio di Danny Crane, impersonato dal nostro Bill, è ciò che somiglia (o potrebbe somigliare) di più a James Kirk se James Kirk fosse invecchiato fino alla soglie dei 75 anni. Danny Crane è stato in gioventù il miglior avvocato di Boston (Kirk il miglior capitano di Astronave); si è portato a letto le più belle donne della città (è necessario sottolineare il parallelismo con Kirk?); si è circondato di amici fidati (non sembra la plancia dell’Enterprise?); è diventato famoso per la sua spavalderia, il suo coraggio e il suo insano amore per le armi e per la guerra (qui i punti di contatto con Kirk sono talmente tanti che in confronto la mappatura del genoma umano è una cosa da pischelli). Ora Danny Crane è vecchio, perde la memoria, si lascia andare ad atteggiamenti irrazionali e  ridicoli, e per citare il nostro Spock “è sopravvissuto alla sua utilità”. Vedere il faccione enorme di Shatner che, come sottolinea un glaciale J.Ryan in una puntata dello Show, sta per esplodere e ricordare che lui è Kirk, maledettamente Kirk, anche quando non lo sembra; lascia uno strano sapore in bocca, un misto tra malinconia, ironia e sana rottura di… nella consapevolezza che tutto prima o poi finisce anche se ci sentiamo baldi “giovani” alla ricerca dell’isola che non c’è. Boston Legal è ricco di partecipazioni trekker oltre a Bill Shatner troviamo il nostro René “Odo” Auberjonois che è personaggio fisso nelle prime tre stagioni. Poi il giudice Armin “Quark” Shimerman, che appare in diverse puntate. Ma anche il signor avvocato dongiovanni Scott “Archer” Bakula, Ethan “Neelix” Phillips, ed altri camei di caratteristi che hanno arricchito le puntate di Star Trek. Per quanto concerne vere e proprie citazioni ne amiamo ricordare solo due. La prima ci racconta di Danny Crane e del suo amico fidato Alan Shore che vanno a pesca di salmoni; ma i salmoni, appunto, sono minacciati dalle “pulci del mare” chiamate, come ci informa Alan “i klingon dei mari”, Shatner lo guarda citare Star Trek con la faccia rinco… insomma, diciamo, rimbambita di Danny Crane e commenta con un sonoro ruggito intestinale che lascia poco all’immaginazione. La seconda citazione vede Danny Crane, dopo molti anni passati ai margini della vita legale, ritornare alla difesa e vincere un processo; innanzi alle telecamere che lo riprendono trionfante all’uscita da un’aula di tribunale, Shatner commenta la sua vittoria con un malinconico “il capitano Kirk è tornato al comando dell’Enterprise”. Seinfeld. Per chi non la conosce è una delle sit-com più belle e divertenti della TV americana. Dove nulla, ma proprio nulla, viene preso sul serio. Nella prima puntata dell’ottava stagione il protagonista, Jerry, consola la famiglia della fidanzata di un suo amico morta prematuramente, usando le parole con cui Kirk e McCoy commentano la morte di Spock in Star Trek l’Ira di Khan, e quindi, poco dopo aggiunge: “Spock muore, lo avvolgono in un lenzuolo e lo sparano dall’astronave dentro un grosso astuccio per occhiali”. Ma in Seinfeld le citazioni non finiscono qua, Jerry Seinfeld dice all’inizio di una puntata: “Il mio ideale di stanza di soggiorno sarebbe la plancia della nave spaziale Enterprise, sapete cosa voglio dire: poltrona, schermo gigante, telecomando, ecco perché Star Trek per me rappresenta la massima fantasia dell’uomo, andarsene in giro per lo spazio nel proprio soggiorno guardando la Tv! Per questo gli alieni vanno sempre a trovarlo, perché Kirk è il solo ad avere lo schermo gigante ci andranno anche venerdì sera, c’è l’incontro contro i klingon e non possono mancare!”, o in un'altra puntata: “Perché gli uomini preferiscono Star trek? Oh bella, perché il capitano Kirk ha proprio tutto: una bella macchina da pilotare, stupende donne in minigonna attorno a lui ed uno schermo gigante con telecomando, quale uomo desidererebbe avere di più?”. Concludiamo, almeno per ora; anche se sono molte le altre Sit Com che andrebbero analizzate da 3rd Rock From Sun dove il nostro Shatner interpreta la parte di un alieno; a Becker (“Gli ho regalato un lifiting, una liposuzione, una depilazione completa, è stata investita da più raggi laser lei che l’Eterprise”) a Friends, a Tutti Amano Raymond, a…The King of Queens, dove si assiste ad un dialogo mozzafiato in cui la protagonista della serie (una simpaticissima Leah Remini) cerca di convincere un amico di suo marito a sedurre il suo capo, una anziana e affascinante donna, citando Star Trek:

Il tuo personaggio preferito di Star trek?”

“Il cavaliere di Ghotos”

“Ghotos? Ma tu assomigli più al capitano Kirk, che anche se una donna assomiglia a un pesce, se la porta dietro ad una roccia e fa il suo dovere!”Intendo?


L’etica Futurista di Star Trek

di Claudio Chillemi


La complessità del mondo creato da Gene Roddenberry non sta solo nell’incredibile intreccio narrativo, nella capacità di plasmare personaggi che interagiscono magnificamente tra di loro, o anche nell’immaginare “strani e nuovi mondi”; questo, invero avrebbe dato all’universo di Star Trek solo due delle dimensioni che lo rendono così completamente tridimensionale. La terza dimensione è quella dell’etica. Lo spessore che ogni minuscolo granello di sabbia trekker possiede è quello di una coerenza interpretativa della realtà senza pari in tutto il palinsesto televisivo degli ultimi cinquanta anni.
Se iniziamo dalla plancia della prima Enterprise (quella “senza a, b, c, d, ecc…” per intenderci, ndr.) apparsa nella Serie Originale, basta una semplice foto di gruppo per aprire la nostra discussione a mille considerazioni. In pieno rigurgito razzista (siamo negli USA nei pieni anni Sessanta, ndr.) ci troviamo di fronte a una accozzaglia multietnica di personaggi: il bellimbusto americano, il gentiluomo del sud, l’alieno razionale, l’asiatico istintivo, il teddy boy russo, lo scozzese pimpante, la donna di colore africana. Tutti con pari dignità, tutti nella stessa, chiamiamola, barca. Eppure, all’epoca le donne avevano limitate capacità di comando, non occupavano nessuno dei posti chiave della società americana; gli uomini di colore, poi, erano ancora ghettizzati; e l’Africa? Solo un pallido ricordo colonialista. Ma Gene mette una donna di colore africana in una posizione di responsabilità e comando. I russi? Beh! Erano oltre la cortina di ferro. Ma Roddenberry, stimolato all’uopo dalle proteste che venivano da Mosca (almeno così si dice, ndr.) non si lascia pregare e assume il signor Checov in pianta stabile pettinato da Beatles di serie B (dando dignità anche alla protesta giovanile di allora che si materializzava spesso e volentieri con un taglio/non taglio di capelli, ndr.). Gli asiatici? O erano giapponesi (come pare lo sia Sulu, ndr.) ed erano ancora osteggiati dalla maggior parte degli americani per l’allora recente ricordo della II Guerra Mondiale (ne sa qualcosa lo stesso attore che interpreta Sulo, George Takei, la cui famiglia durante la guerra era stata messa in un campo di lavoro dal governo USA, ndr.). O erano cinesi, e quindi comunisti, e quindi avversati dalla maggior parte degli americani. Eppure, Gene non si lascia sfuggire di mettere un asiatico sulla plancia dell’Enterprise. “Statisticamente “, diceva, “la maggior parte della popolazione mondiale è donna e asiatica” (fonte R. Arnold, ndr.), quindi una donna e un asiatico dovevano assolutamente far parte della “sua” avventura nello spazio. Vogliamo parlare poi di Spock, l’alieno? Lo veste dei panni del “demonio” (orecchie a punta, occhi impenetrabili, sopracciglia all’insù, nessuna emozione, almeno così sembra che lo descrivano McCoy e Kirk ne La Mela, ndr.) e quindi, diciamo così, sdogana anche questo stereotipo dimostrando, puntata dopo puntata, che il “demonio” non è poi così brutto come si dipinge. Quindi abbiamo lo scozzese, ubriacone (nell’episodio Con qualsiasi nome sfida un alieno a chi beve di più e vince; nell’episodio di TNG Il naufrago del tempo cerca disperatamente dell’alcool “vero”, e potremmo continuare, ndr.), omaccione di mezza età alla disperata ricerca di un amore ( Dominati da Apollo o Le speranze di Zetar, ndr.) e di comprensione e affetto (Fantasmi dal passato, ndr.). Infine, gli unici due americani della serie che, guarda caso, sono agli estremi della tipologia tipica dell’uomo statunitense degli anni Sessanta, il bullo, gradasso e sciupa femmine (Kirk, ovviamente, ndr.) e il gentiluomo del Sud. Due icone che, lentamente e soprattutto la seconda, sono scomparse ma che allora rappresentavano veramente gli alpha e omega dello spettatore televisivo medio americano.
Ovviamente ciò che Roddenberry realizza nel primo “equipaggio” della sua fulgida carriera televisiva, ribadisce (e in alcuni tratti amplifica) nel secondo gruppo di umani che lui “mette” ad esplorare la nostra galassia. In TNG, apparsa poco più di vent’anni dopo la TOS, fa imbarcare nell’Enterprise un nutrito gruppo di esseri (diciamo umani) che daranno vita a tutta una sequela di intrecci tridimensionali dove l’umanità, la personalità riceveranno spessore dalla coscienza e dalla morale, come nella migliore tradizione trekker. Tra gli uomini del nuovo equipaggio un androide: Data, personaggio che darà vita alla lunga ricerca “dell’essere umano” in tutte le puntate della serie e nei film per il cinema. Quindi, un nemico, un klingon: Worf, che per oltre 11 stagioni ( 7 di TNG e 4 di DS9, ndr.), cercherà un difficile compromesso tra l’essere un guerriero di un popolo che predica l’onore e la battaglia e l’essere un ufficiale della Federazione. Poi un handicappato, un cieco: Geordi La Forge, dotato di protesi e manifestamente impedito, per poi risultare, tra tutti colui che è capace di vedere là dove nessuno ha mai visto prima. E, infine, Picard, uomo dalla gioventù turbolenta, dal carattere timido e introverso, che, quando comanda una flotta stellare, esce fuori tutta la sua risolutezza. Come si vede personaggi a tutto tondo, ognuno dei quali ha un dilemma etico insoluto che si porterà appresso per tutta la sua vita televisiva e che induce lo spettatore a riflettere su argomenti importanti: la diversità, l’handicap, i rapporti sociali, ecc… Potremmo continuare a citare i singoli personaggi che compongono il cast fisso delle altre serie di Star Trek, non lo facciamo perché nella loro creazione Roddenberry non ha messo parola (è morto prima, purtroppo, ndr.); ma i suoi prosecutori non sono stati da meno. Ricordiamo la “terrorista” Kira di DS9 che porta con sè il pesante fardello di una vita vissuta nella violenza; o la costante ricerca dell’umanità di 7 di 9 in Voyager. Tutti personaggi, crediamo, che avrebbero reso orgoglioso il buon Gene della vita propria che la sua creatura aveva assunto.
Ma questo sforzo immaginifico che ha portato Gene Roddenberry alla creazione di una così perfetta macchina interattiva, dove ogni singolo pezzo ha un contraltare con cui litigare, amoreggiare, scherzare, cooperare, nulla avrebbe avuto di buono se non ci fosse stata l’etica della diversità e del rispetto della diversità. Così diversi, agli antipodi (forse Gene è stato troppo ottimista nell’immaginare il futuro dell’uomo, ndr.) del mondo attuale, i personaggi della plancia di Star Trek TOS e di TNG si rispettano e si considerano tutti uguali anche quando la gerarchia militare li distingue. Se un membro sta male, ha dei problemi, tutti gli altri corrono in suo soccorso, si sacrificano per lui, anche fuori dai limiti della logica (ricordate il gioco de “gli interessi di molti valgono più di quelli dei pochi o di uno”, che dopo il salvataggio di Spock dal pianeta Genesis, viene modificato ne “gli interessi di uno valgono più di quelli dei molti”? ndr.) . E’ quindi questo che rende questi caratteri tridimensionali, e del tutto originali nel panorama della Sf televisiva.
L’etica del rispetto reciproco all’interno del microcosmo di una nave stellare, trova la sua naturale universalizzazione nel concetto di IDIC: Infinite Diversità in Infinite Combinazioni. Così come si rispettano i singoli si devono rispettare tutte le infinite diversità del cosmo in tutte le sue infinite combinazioni. Il concetto, leggenda vuole, è stato introdotto da Gene Roddenberry per vendere un po’ di gadget. L’Idic, infatti, è anche una collanina, che Spock dona all’ospite di turno nella puntata La Bellezza è Verità, con appeso un ciondolo che raffigura un triangolo che incide un cerchio. Si racconta che proprio per vendere questo piccolo gadget Roddenberry si sia inventato l’Idic. Fatto sta che, il concetto che sta alla base di questa credenza vulcaniana, è uno tra i più cari ai fan di Star Trek ed uno dei momenti etici più alti della saga. Se si pensa che ancora oggi mal accettiamo le bizze di un vicino di casa o mal digeriamo i modi di fare dei propri familiari (per non parlare degli usi e delle tradizioni di popoli che abitano a poche centinaia di chilometri da noi, ndr.) nulla ci sembra più Utopistico è Irrealizzabile dell’IDIC. Eppure in esso c’è la sintesi di molto del pensiero religioso e filosofico del nostro mondo. Potremmo fare infiniti esempi, da Gesù a Gandhi da Martin Luther King a Buddha, ed ogni esempio sarebbe calzante. L’unica nota stonata è il tempo di realizzazione di questo concetto, perché quattro o cinquecento anni per iniziare a metterlo in pratica ci sembrano francamente pochi.
Ma se l’IDIC universalizza il principio della tolleranza assoluta, Roddenberry non perde di vista quello della tolleranza relativa. Vale a dire il razzismo che nell’America anni Sessanta (come nel nostro mondo, ndr.) imperversava. Già, nel mettere una donna di colore nella plancia dell’Enterprise aveva dato un messaggio importante, ma durante diversi momenti della narrazione non manca di indirizzare stilettate profonde contro l’intolleranza. Ne La Navicella Invisibile (TOS, ndr) Spock riceve ampie “dosi” di odio razziale quando si scopre che i Romulani sono simili ai vulcaniani; un membro dell’equipaggio lo insulta apertamente e lui, fedele alla logica della tradizione vulcaniana non fa una piega: è la ragione, quindi, la risposta più conveniente nei confronti dell’intolleranza? La ragione che manca ai due protagonisti di Sia Questa l’Ultima Battaglia. Chi non ricorda gli alieni bicolore che si odiano l’un l’altro per il solo motivo che uno è bianco dalla parte destra e nero dalla sinistra e uno è bianco dalla sinistra e nero dalla destra? Ci sembra una cosa del tutto assurda e inconcludente che una razza si sia autodistrutta per così poco, eppure il messaggio è semplice, ed è rivolto alla “sua America” che in quel periodo è ancora in preda all’odio razziale. Per confermare tutto questo possiamo citare un altro episodio, ma stavolta di DS9 Lontano, Oltre le Stelle. Roddenberry è morto da un pezzo, ma gli autori di questa magnifica storia immaginano un’America degli anni ‘30/’40 del Novecento, dove uno scrittore di Fantascienza non può essere né nero né donna; dove, anche per pura ipotesi futuribile, non si può immaginare che un nero comandi una stazione spaziale…Il messaggio, anche stavolta è semplice, state attenti è dietro l’angolo, nel futuro un uomo di colore comanderà una stazione spaziale, ma questo è stato ottenuto con il sacrificio di generazioni e generazioni di esseri umani che hanno combattuto per il rispetto reciproco e la parità tra i sessi.
Il rispetto della vita in tutte le sue molteplici forme, così come il concetto di IDIC, è un altro imperativo etico della saga di Star Trek, fin dalla, come dire, ragione sociale dei viaggi dell’Enterprise volti “alla ricerca di nuove forme di vita e di civiltà”. Citare tutti gli episodi che affrontano questo argomento è praticamente impossibile, ci piace ricordarne un paio: Il Mostro dell’Oscurità (TOS, ndr.), La Misura di Un Uomo (TNG, ndr.) e In Carne e Ossa (VOY, ndr.). Il primo è, a ragione, uno degli episodi più belli dell’intera saga. Narra di un essere fatto di silicio, l’Horta, che, per difendere la sua prole, attacca degli uomini in un asteroide minerario. L’intervento di Spock, Kirk e McCoy lo salveranno dal linciaggio da parte dei minatori che cercavano facile vendetta. Il famoso dialogo: “Ha ucciso 50 dei miei uomini”“E voi migliaia dei suoi figli”, in cui Kirk difende l’operato difensivo dell’Horta che protegge le uova depositate dalla sua specie è manifesto del rispetto della vita. Durante l’episodio ci troviamo di fronte ad uno dei rari casi in cui Spock disubbidisce al suo capitano, perchè questi vorrebbe uccidere l’Horta, mentre il vulcaniano la vorrebbe risparmiare. Alla fine tocca a McCoy con il leggendario “sono un dottore non un muratore” guarire l’essere di silicio dalle sue ferite. Cos’è, dunque, la vita, ci si domanda in Star Trek. E’ pietra (come nel caso dell’Horta, ndr.) ma è anche metallo, ingranaggi e software come nel caso di Data. In La Misura di un Uomo (TNG, ndr.) l’androide protagonista della terza serie targata Star Trek (la seconda è la serie animata, ndr.) deve difendere la sua essenza di essere senziente e per questo vivo, davanti a un tribunale federale che lo vorrebbe relegato al grado di “strumento”. La difesa di Picard è sentitissima fino al verdetto finale che accoglie l’istanza sulla “vita” di Data. Ciò che è vivo è ciò che ha consapevolezza di sé, e Data ha una profonda consapevolezza di se stesso. Continuando su questa falsa riga in Carne ed Ossa, bellissimo episodio doppio della Settima stagione di Voyager si affronta un altro quesito. La vita è pietra (e quindi può essere qualunque altro materiale, ndr.), è meccanismi e software, ma può essere fotoni e campi di forza? Un ologramma può essere vivo. Il personale ammutinamento dell’MOE della Voyager per andare a seguire una nave di ologrammi che chiedono l’autodeterminazione ci dà una risposta in parte ambigua ma eticamente condivisibile: se un ologramma è vivo lo è per autodeterminarsi ma anche per pagare di persona i suoi errori. La vita prevede onori ed oneri, ed uno di questi è la responsabilità per ciò che si compie. Qualche episodio dopo, infatti, sempre in Voyager nell’episodio L’Autore, L’Autore, l’MOE rivendica il diritto di essere l’autore di un romanzo olografico. Secondo le leggi della Federazione, infatti, un autore di un’opera d’arte non può essere un ologramma. Alla fine la sentenza non stabilirà se l’MOE è o non è un essere umano, ma farà di più, sancirà che comunque è un artista ed ha quindi la piena libertà di stabilire se una sua opera può o non può essere pubblicata. La vita è, quindi, per l’etica di Star Trek un insieme di fattori che hanno poco a che vedere con la biologia (nasce, cresce, si riproduce e muore, ndr.), ma più che altro con la coscienza di sé, la capacità di autodeterminarsi, di crescere interiormente e poi, alla fine, anche quella di riprodursi e di morire.
Strettamente legato al concetto di vita sta quello dell’amore e della sessualità. In Star Trek vi sono diversi episodi che affrontano questi temi: da quelli scanzonati e dongiovanneschi che hanno come protagonista Kirk o il più giovane Riker; a quelli più profondi e coinvolgenti che troviamo in TNG (Amore e dovere, ad esempio, ndr.) o in Voyager (la storia d’amore tra Janeway e il suo compagno in Forza lavoro, ad esempio, ndr.). Ma è in DS9 e nell’episodio Riuniti (Quarta Stagione, ndr.) che Star Trek vince tutti gli stereotipi del tema e proseguendo nei concetti già espressi in “Diritto di Essere” affronta il tema della omosessualità, senza mai pronunciarlo. Il fatto che l’omosessualità non venga pronunciata non è, si badi bene, per discrezione, ma per rendere ancor più evidente un semplice e banale concetto “essere omosessuali non significa nulla di nulla: è un modo di essere come un altro”. Spieghiamo meglio accennando alla storia: come i trekker sapranno il popolo dei Trill vive in simbiosi con un essere vermiforme che, ad una certa età, gli viene innescato nel ventre. I Trill umanoidi vivono la vita media di un umanoide, il simbionte può vivere diversi secoli, quindi un simbionte che passa di corpo in corpo trasmette di cervello in cervello tutte le esperienze pregresse che ha fatto in tutte le vite che ha vissuto come ospite di un umanoide. Ma allora, se marito e moglie che si sono amati e poi sono morti, si rincontrassero ospiti di corpi diversi, potrebbero continuare ad amarsi? Secondo la legge dei Trill no. Eppure Jadzia Dax, (donna e che donna, ndr.) protagonista di DS9, Trill, incontra la sua vecchia moglie e la rincontra in un corpo di donna, e scopre di essere ancora innamorata di lei. La geniale intuizione degli sceneggiatori è quella di sostituire il tabù di un rapporto omosessuale con un altro, il tabù dei Trill di non potersi riunire con mariti, mogli, amanti avuti nel passato. Nessuno dei personaggi di DS9 pensa solo per un attimo che Jadzia e la sua vecchia moglie non possano stare insieme perché sono due donne; ma, i Trill presenti nella storia guardano a quella relazione come qualcosa di sconveniente e scandaloso perché riunisce due persone che un tempo erano marito e moglie! Un paradosso che fa sorridere ma che sottolinea ogni società ha i suoi tabù, e come ogni tabù ha le sue illogiche conseguenze. Questo episodio fa coppia con uno più vecchio, di alcuni anni prima intitolato L’Ospite apparso nella Quarta Stagione di TNG. Qui, la dottoressa Crusher innamorata di un Trill maschio, scopre, alla fine dell’episodio, che per quanto ami quell’essere non può amarlo se poi la sua essenza, il suo simbionte, viene trasferito in un corpo di donna. La rinuncia che fa la dottoressa Baverly ammettendo con fatica di “non essere pronta” a tali cambiamenti, è drammatica e sofferta e fa il paio con la passione che invece travolge Jadzia e la sua vecchia fiamma in Riuniti.
Cambiando completamente argomento, parliamo dei rapporti con altri pianeti e altre civiltà. Se è vero che la principale missione dell’Enterprise è quella di andare alla ricerca di nuove forme “di civiltà”, è anche vero che questa ricerca è rigidamente regolamentata. Nella serie classica, infatti, sentiamo parlare di PRIMA DIRETTIVA. Si tratta della “più sacra delle nostre leggi” dirà poi Picard in TNG. Di cosa si tratta? In una parola alle astronavi della flotta stellare e, in generale, ai membri della Federazione Unita dei Pianeti è proibito interferire nella sorte di mondi e pianeti alieni se non si è esplicitamente invitati a farlo. Esiste poi un’estensione della PRIMA DIRETTIVA, che vuole la non interferenza per tutti i mondi pre-curvatura (vale a dire per tutti i mondi incapaci di viaggiare a velocità maggiori della luce, ndr.). Questo concetto è stato alla base di decine di episodi di Star Trek; la sua applicazione e la sua mancata applicazione hanno fornito agli sceneggiatori della saga, materiale per rendere tridimensionale ogni singolo personaggio, per dare alle storie un afflato epico di rara intensità, per imporre allo spettatore di “pensare a ciò che sta guardando”. La prima è più importante questione che, praticamente tutti i capitani hanno dovuto affrontare è: si deve applicare la PRIMA DIRETTIVA nel caso in cui un intero pianeta e un’intera razza rischiano di scomparire? Le risposte sono state disparate. Sia nella TOS che in TNG Picard e Kirk hanno aggirato la prima direttiva, l’hanno piegata e, nella sostanza, non l’hanno sempre rispettata. Citare tutti gli episodi in cui questo avviene è praticamente impossibile oltreché inutile (anche perché se state leggendo questo articolo siete dei fan della serie e quindi più che informati sui fatti, ndr.), quello che invece vale la pena dire è che questo concetto nasce nella mente di Gene Roddenberry negli anni Sessanta, in piena guerra del Vietnam, continua in TNG durante la guerra del Golfo, e perdura fino ai primi anni Duemila durante l’attacco preventivo contro l’Iraq. Questo non vi dice nulla? Tutte guerre in cui la PRIMA DIRETTIVA è stata bella che violata, ed era stata anche violata quando gli stati Occidentali con gli USA in testa avevano venduto armi a questi paesi (la vendita di armi o di tecnologia a pianeti pre-curvatura o similari rappresenta una violazione della PRIMA DIRETTIVA…Almeno in Star Trek, ndr.). Può essere un caso che Roddenberry si inventi questa PRIMA DIRETTIVA così articolata proprio quando l’opinione pubblica statunitense inizia a protestare per la lunga permanenza in Vietnam? Può essere un caso che nell’ultima serie di Star Trek, Enterprise, si parli di una razza, gli Xindi, che “per non saper né leggere né scrivere” uccidono Sette Milioni di Terrestri in un attacco preventivo (avevano saputo che i terrestri avrebbero a loro volta distrutto il loro pianeta, ndr.) che tanto assomiglia a quello lanciato dagli americani in Iraq? La PRIMA DIRETTIVA però non si ferma a questioni come “la salvezza di un pianeta” o a conflitti interplanetari. Va oltre, riguarda anche usi e costumi dei popoli. In Diritto di Essere (TNG stagione 5, ndr.) Riker (il secondo ufficiale di Picard, ndr.) si innamora di una donna androgina di una società che non ha distinzione di sessi in quanto procrea tramite fecondazione artificiale. Il quesito che si pone è semplice. E’ giusto minare le basi di una società (belle o brutte che siano, almeno così come ci appaiono a noi, ndr.)? Secondo Picard fare questo viola la prima direttiva, sconsiglia quindi il suo primo ufficiale a proseguire la relazione o, ciò che è peggio, a innescare una rivolta sociale in un pianeta straniero. E’ una posizione giusta? Quale corrispettivo ha nella nostra società dove si organizzano marce contro il velo delle donne mussulmane o si penalizzano genti che hanno alla base del loro modo di vivere il nomadismo, come i ROM? Il messaggio che Gene Roddenberry, e i continuatori della sua opera vogliono dare è semplice: non c’è un modo giusto di vivere ed uno sbagliato; esiste il nostro modo di vivere e quello degli altri. Il modo di vivere degli altri può anche essere brutale, incivile e discriminante; ma, ogni società deve trovare da sola il bandolo per uscire dalle proprie storture in un atto di maturazione lenta e inesorabile che deve essere compiuta con i propri mezzi e le proprie convinzioni.
ontinuando a parlare di Etica e rapporti umani e sociali non possiamo dimenticare Giustizia Sommaria uno degli episodi più belli e significativi di Star Trek TNG. In sintesi si parla di una persecuzione legale nei confronti di un individuo sol perché questi ha un avo romulano. La persecuzione, la giustizia che rifiuta se stessa dimenticando tutte le principali garanzie dell’imputato, l’intolleranza, vengono qui tutte al pettine della profonda morale del capitano Picard, il quale pronuncia uno dei più importanti monologhi della saga: “al primo anello la catena è già formata…”, quando per la prima volta ci si dimentica delle più sacre delle leggi: le garanzie costituzionali (la libertà dell’individuo è inviolabile, ogni individuo ha diritto ad un processo giusto, ogni individuo ha il diritto di essere giudicato dai suoi pari, e così via ndr.); già da questa prima volta si forma una catena che non si può più spezzare. La Federazione Unita dei Pianeti non usa fare, sottolinea Picard, giustizia sommaria dei suoi cittadini. Picard ha un così profondo senso della morale e dell’etica che sembra un personaggio antico e moderno ad un tempo. Lui, militare di carriera, dirà in un episodio (La Figlia di Data, ndr.) “esistono momenti nella vita di un uomo in cui una persona dotata di buona coscienza non può semplicemente obbedire agli ordini”; il che significa, che là dove le istituzioni non arrivano a far rispettare la morale e l’etica, il singolo individuo può ergersi a difensore dei principi più sacri della civile convivenza. Un altro episodio giudiziario chiarisce ancor di più la questione. Si tratta de Il Processo tratto dalla seconda stagione di DS9. Qui, il capo O’Brian viene sottoposto ad un processo cardassiano; proprio per dare allo spettatore l’intensa sensazione di quanto tale popolo sia diverso da quello federale, gli sceneggiatori mettano a punto l’idea che a Cardassia la sentenza venga emessa e resa pubblica prima del processo, e il processo serve solo a far vedere quante e quali prove schiaccianti sono state raccolte contro l’imputato (rivestendo, quindi, una valenza puramente propagandistica, ndr.), in una parola il processo non può cambiare la sentenza. Il giudizio e il pregiudizio, la necessità che in una società civile le garanzie giuridiche siano difese a spada tratta (Picard, ndr.) e che non ci sia un pregiudizio che infici la sentenza (come nell’episodio di DS9, ndr.).
Seguitando su questo argomento e ampliandolo ad un contesto molto più ampio che affronta la legalità della guerra e dei conflitti tra le nazioni, nostro punto di riferimento non può che diventare DS9, dove due episodi saltano subito all’occhio. Inter Arma Enim Silent Leges (settima stagione, ndr.), vale a dire “In guerra le leggi tacciono” (Cicerone, ndr.); e La Coscienza di Un Ufficiale (sesta stagione, ndr.). I due episodi sono accumunati da una domanda: cosa si può fare per vincere una guerra? Se “il bene” si accorge di star perdendo la sua eterna lotta con “il male”, può agire ignorando le leggi e la morale pur di vincere? Cicerone, duemila anni or sono, aveva già dato la risposta: è inutile cercare la legge in tempo di guerra, essa tace, è muta, inerte ed inefficiente. E allora? Allora bisogna fare un patto con il diavolo, scendere a compromessi. Sisko (in La Coscienza di un Ufficiale, ndr.) abbandona ciò che ritiene la sua convinzione più sacra pur di fare entrare in guerra i Romulani contro il Dominio, diventando complice inconsapevole di un delitto. C’è qualche rimorso in lui? Ovviamente sì, ma lui sa che vivere tutta la vita con la coscienza macchiata da un terribile delitto può essere il prezzo giusto da pagare pur di liberare il Quadrante Alpha dalla terribile minaccia del Dominio. Durante la guerra tutto è permesso, non vi sono vie facili per le coscienze elevate, e il sangue lorda tutte le mani, anche di chi non combatte. Ecco perché, le guerre non andrebbero fatte.
Ma, durante le guerre, oltre che le leggi, possono venir meno anche le libertà civili. Di grande attualità è il tema che gli autori di DS9 affrontano nell’episodio Il Paradiso Perduto (quarta stagione, ndr.). La Terra minacciata dal dominio viene portata sull’orlo della legge marziale da un gruppo di fanatici militaristi della flotta stellare. Sul momento Sisko sembra condividere l’inasprimento delle misure di sicurezza che servono a proteggere il nostro pianeta dai Cambianti; poi, però dopo un contrasto con il padre fa tesoro delle parole del suo genitore: “Se i fondatori vogliono distruggere il nostro paradiso, la Terra, devono venire qui a sporcarsi le mani, io non lo farò per loro”. Un messaggio chiaro, leggi restrittive delle libertà personali fanno solo il gioco di coloro che vogliono terrorizzarci (non riconoscete lo schema: terrorismo – leggi sulla sicurezza - limitazione delle libertà personali? Ndr.). Alla fine dell’episodio, infatti, un cambiante sotto le mentite spoglie di O’Brian chiede a Sisko: “Quanti Cambianti pensa che ci siano sulla Terra in questo momento? Quattro, solo quattro…”, e il terrore per solo quattro cambianti ha portato il pianeta alle soglie della legge marziale. Nulla, quindi, deve convincerci a rinunciare a ciò che abbiamo faticosamente conquistato: la libertà personale e quella civile.






Star Trek The Original Series: la rivoluzione silenziosa
Piccolo saggio su la serie più famosa della TV e la società americana dei Sixty, ad uso e consumo di chi dice che Star Trek non riguarda la SF…

 di Claudio Chillemi

Non sempre le rivoluzioni si combattono con la spada e con il sangue, a volte sono battaglie silenziose che s’intraprendono quasi per caso e alla fine si diventa fautori involontari di un cambiamento epocale. Nulla sembra più lontano da questo concetto come una piccola serie di fantascienza che veniva alla luce quasi per combinazione, nella metà degli anni sessanta, sugli schermi televisivi statunitensi, eppure…Quello che stava per accadere avrebbe cambiato per sempre la storia della società americana, dando nuove chiavi di lettura del presente, permeando profondamente di sé la stessa concezione del futuro, e creando delle icone che sono entrate come leggende nell’immaginario collettivo; ma andiamo con ordine e, per prima cosa, facciamo un passo indietro “culturale”.
Durante il regime fascista in Italia nacque una corrente poetica chiamata “ermetismo”, essa si prefissava, attraverso un’elaborata costruzione lirica di difficile comprensione, di esprimere idee e pensieri che potessero bypassare la feroce censura del regime. Uno dei maggiori poeti ermetici fu il premio Nobel Salvatore Quasimodo, che, attraverso i suoi versi, diede voce alla volontà pacifista degli intellettuali del tempo, sottolineando gli orrori e le visioni distorte della vita che il governo di “allora” propinava agli italiani. Lo stesso concetto della poesia ermetica, vale a dire nascondersi dietro un solido e rigido apparato culturale per poter meglio sbeffeggiare i censori e i controllori, sta alla base di una certa fantascienza, soprattutto quella nata nell’immediato dopoguerra; citiamo tra tutti il grande G.Orwell, ma potremmo proseguire con Heilain, e concludere, negli anni sessanta con Star Trek: TOS.
Per capire bene quale grande episodio culturale sia stata la serie classica di ST, bisogna fare un’altra premessa sull’America degli anni sessanta. In effetti, questo decennio è stato uno dei più sezionati, o meglio, vivisezionati ( e sì, perché quando ancora gli anni Sessanta dovevano finire, c’era già chi li studiava da “vivi”), dalla sociologia, dalla filosofia e dall’antropologia di fine secolo. Dai Kennedy a M.L. King, dal volo sulla Luna alla Guerra nel Vietnam. Ma cosa erano in realtà gli USA di quel periodo? Erano un luogo dove il passato e il futuro venivano prima in contatto e poi drammaticamente in collisione; erano la prova di maturità di una superpotenza che, nel decennio successivo, avrebbe condotto una guerra che di freddo aveva solo il nome; erano un crogiuolo di speranza (il messaggio pacifista del reverendo King e la Conquista dello Spazio), ma anche di tragedie (la guerra e le lotte razziali).
In questo contesto un giovane e sfrontato ex poliziotto decide di sfondare nel campo della TV, che, per dirla con il già citato Orwell, più che il “grande fratello”, potrebbe essere chiamata la “grande sorella”. G. Roddenberry, nell’ideare la TOS, ha in mente un vecchio concetto tutto americano, “la frontiera”. Vale a dire la necessità dell’uomo di avere un continuo traguardo da raggiungere. Era stato tutto ciò a spingere i pionieri ad avanzare da est verso il lontano ovest (il mitico Far West); ma una volta arrivati al mare, questi esploratori non erano sazi di nuove mete, ed allora si erano inventati la “frontiera finale”, l’ultima frontiera, l’universo. La corsa allo spazio era stata spasmodica tra americani e sovietici, perché rappresentava un viatico incredibile per una propaganda senza fine. Allo spazio erano arrivati prima i russi, ma alla Luna arriveranno prima gli USA, la conquista dell’ultima frontiera era appena agli inizi, ma in TV era andata ancora più avanti.
Una carovana di pionieri”, era questa l’idea originale dietro la TOS che Roddenberry aveva sbandierato ai quattro venti a tutti i responsabili dei network televisivi cui aveva proposto il suo progetto e, in effetti, quello che risulta essere Star Trek non è poi tanto dissimile alla spedizione di esploratori vagheggiata dal suo creatore. Ma è a questo punto che la rappresentazione fantastica diventa un’arma di grande efficacia. Lo spazio assume i contorni chiari e netti di una metafora, quel futuro che la società americana sta lentamente scoprendo; e il percorso intrapreso dai nostri “carovanieri”, da KirkSpock e McCoy, più che scoprire “pascoli” o pianeti da sfruttare, si relaziona con inquietanti e insospettati casi “sociali” e “antropologici”. Ed ecco la cultura del diverso, dell’IDIC; dell’interrazziale; del mutuo soccorso; del pacifismo…E fermiamoci qua giusto per mettere tutto in ordine. La science-fiction, dicevamo, è l’arma adatta per parlare di corda in casa dell’impiccato; e la censoria tv di allora (che, lasciatecelo dire, fa il paio con quella di oggi) molla un po’ la cinghia, perché tanto : “…E’ solo fantascienza!”. Ecco come nasce quella lunga sequela di rivoluzioni silenziose che contraddistinguono la TOS. Vediamole più da vicino.
In primo luogo, a parte il concetto di frontiera, la serie classica di ST è il prodotto televisivo meno americano messo in onda dalla televisione statunitense dei Sixty e anche di oggi, tranne qualche lieve caduta di gusto (Le Parole Sacre e il Lincon di Sfida all’Ultimo Sangue). Nessun accenno patriottico, nessun proclama sulla superiorità del popolo a stelle e strisce; tanto che tra i sette personaggi principali solo due sono inconfondibilmente yankee: Kirk e McCoy. Gli altri spaziano tra l’Europa (Scott e Checov), l’Africa (la bella Uhura) all’Asia (Sulu) e un pianeta straniero (Spock). Una scelta precisa che ci introduce alla seconda rivoluzione, l’inter-razzialità che permea di sé tutta la serie. Nessun distinguo, nessuna preclusione per il diverso. Il futuro è un’epoca illuminata dove il “mostro” non esiste. Inutile citare per i trekker più appassionati l’episodio chiave che esplicita fin troppo bene questo concetto : Il Mostro dell’Oscurità. Qui facciamo conoscenza di un popolo particolare, gli Horta, che vivono tra le rocce e sono fatti di silicio. Gli Horta, per continuare il precedente parallelo con i pionieri del far west, sono un po’ come i pellirossa: vedono la loro terra invasa e reagiscono. In effetti, contemporaneamente al cinema (che per la prima volta negli anni sessanta redime gli indiani americani in pellicole di grande rilievo), anche ST compie un vero e proprio capovolgimento copernicano della prospettiva: noi come ci comporteremmo se invadessero la nostra terra e uccidessero i nostri figli? Lo scambio di battute tra il responsabile delle miniere e Kirk è emblematico a proposito: “Quell’essere ha ucciso cinquanta dei miei uomini!”, dice il primo, “…E voi migliaia dei suoi figli!”, risponde il secondo. Gli Horta e gli uomini possono vivere insieme, cooperando per uno scopo comune: è questo il messaggio che la storia ci lascia. Una tesi forse troppo buonista e ottimista (…conoscendo l’uomo…), ma senza dubbio innovatrice per una società come quella americana di allora che fino ad un paio d’anni prima proponeva improbabili figure di indiani come novelli “Erode” o “Nerone”. Quindi, dopo il rifiuto del bieco e bigotto patriottismo e la ferma scelta della cultura del diverso, il terzo anello di questa lunga catena rivoluzionaria è la nuova visione della donnaST:TOS è un continuo oscillare tra il proporre la componente femminile come contributo estetico, e il presentare la donna come elemento attivo e fattivo della storia. Vi sono, infatti, diverse figure femminili, che lasciano trasparire forme stupende e sensuali (quasi tutte prede di Shatner, beato lui…), ma a fare il paio con queste ve ne sono altre di grande spessore; non mancano donne potenti e in ruoli chiave (non dimentichiamoci che in “The Cage”, il primo pilot della serie, la Numero Uno è una donna!), come la sfrontata Elena di Troia, o la dottoressa di Inversione di Rotta, ma anche il leader dei Trogloditi in Una città tra le Nuvole; ma il personaggio che più di ogni altro capovolge il concetto che fino a quel momento si era avuto della donna e, soprattutto, della donna di colore, è UhuraUhura sfoggia la sua minigonna, che i produttori della serie hanno voluto così smodatamente prorompente per attirare il pubblico maschile, con piglio deciso e senza mezzi termini; non rinuncia alla sua femminilità, che l’attrice N. Nichols trasforma da “punto debole” in punto di forza del suo personaggio; e, nello stesso momento, è un membro determinante dell’equipaggio: “Cosa crede che significhi addetta alle comunicazioni? Dire solo: Frequenze aperte?”. Un aspetto di “donna di colore” decisamente nuovo per la realtà del tempo, che non trova riscontro né in televisione, né al cinema, dove le afroamericane sono ancora delle “balie asciutte” per rampolli di ricche famiglie bianche. Si può benissimo dire (anche perché tanti testimoni dell’epoca lo affermano) che la figura della bella Uhura sia stata, insieme alle tesi di M.L.King, uno dei messaggi più forti e decisi contro la discriminazione razziale, imperante negli USA dei Sixty . Infine, abbiamo, quella che oggi potremmo pomposamente definire, la “questione politica”. Come detto, i censori del tempo permettevano alla SF di spingersi acutamente molto più in là di altre serie televisive di ambientazione più “realistica”. Ecco dunque, ST:TOS prendere posizione in quelle che furono le questioni nodali di allora: i figli dei fiori e la loro ricerca della pace, in Viaggio Verso Eden; i contrasti con l’URSS e la guerra fredda, che si rivedono nei rapporti con i Romulani; le lotte razziali, che si ritrovano in numerosi episodi, ma soprattutto nel bellissimo Sia Questa L’Ultima Battaglia, con gli incredibili alieni bicolore; e poi l’etica della scienza ne Il Computer Che Uccide e quella della vecchiaia ne Gli anni della morte; la favola ecologista in Il Paradiso Perduto; e tanti altri temi ancora. Se si pensa che appena un lustro prima di ST:TOS, l’America era stata scossa dalla Caccia alle Streghe che condannava sommariamente ogni messaggio di matrice anche solo vagamente sinistrorsa, le prese di posizione di Robbeberry e CO. risultano veramente ardite, anche per il solo fatto di affrontare tematiche così scottanti. D’altro canto, la fantascienza di allora vedeva il futuro sociale e politico dell’uomo come funestato da una serie incredibile di negatività: dalla guerra atomica al disastro ecologico; ed anche in questo gli artefici di ST hanno saputo remare controcorrente. L’umanità del 23° secolo ha vissuto le guerre Eugenetichele guerre atomiche, ma è riuscita a sopravvivere e ad evolversi in un modello di vita superiore, un miglioramento assoluto dell’uomo. Questo ottimismo, rappresenta un’indiscutibile rivoluzione all’interno “dell’intelighenzia” ben pensante del tempo. Ed ancora una volta tutto ciò, solo la fantascienza poteva permetterselo.
ST:TOS è, quindi, per tali motivi e per tanti altri che in questa sede sarebbe troppo limitato esporre, un vero pilastro della storia televisiva (e quindi sociale) di tutto il mondo, giungendo di fatto, dove nessun’altra serie del piccolo schermo è mai giunta prima.


Una Generazione di Eroi
Di Claudio Chillemi
Fin dalle sue origini, la Fantascienza ha avuto nel fumetto uno dei generi espressivi privilegiati. In effetti, se si vuole tracciare una storia del fumetto e della fantascienza, gli intrecci sono parecchi, e i parallelismi frequenti. Iniziando dai notissimi Buck Roger e Flash Gordon, che poi hanno avuto una straordinaria fortuna anche al cinema e alla televisione.
Il primo nato da una serie di romanzi di  Philip Francis Nowlan, avrà la sua maggior fortuna con una striscia a fumetti quotidiana a cavallo tra gli anni venti e trenta. Buck, uomo del ventesimo secolo, si risveglierà dopo 500 anni di ibernazione, in un futuro pieno di meraviglie dove finirà per integrarsi quasi alla perfezione.
Suo compagno di avventure fumettistiche è Flash Gordon nato dalla fantasia di  Alex Raymond. In realtà Flash, al contrario di Buck Rogers, nasce come nuvola parlante e poi si evolverà in altre forme espressive (come detto dal cinema alla televisione, ma anche alla radio). Anche Flash è trasportato dalla sua realtà, ad un’altra, un pianeta alieno che sembra minacciare la terra.
Buck e Flash, dunque, sono esseri estranei inseriti per forza o per necessità, in una realtà diversa, immaginaria, completamente lontana da quella a cui sono abituati. Che è poi uno dei topoi più importanti della Fantascienza, che si avvale spesso dell’espediente narrativo del diverso inserito in un contesto perturbante.
Vera rivoluzione copernicana, in seno alla fumettistica di fantascienza, è la nascita, di Superman, pubblicato nel 1938. Al contrario dei suoi predecessori, Superman non è un essere normale in un mondo immaginario, ma un essere immaginario in un mondo normale. Non si tratta, ovviamente, di una novità assoluta; anche come supereroe Superman ha diversi predecessori; ma mai nessuno ha avuto un impatto così determinante nel mondo nel fumetto, e della fantascienza a fumetti.
Nato dalla fantasia di Jerry Siegel e Joe Shuster, sulle origini di Superman si sono spesi litri d’inchiostro; soprattutto sulla questione del superomismo  nietzscheano sbandierato dal regime nazista proprio negli anni in cui il nostro nasceva e dava inizio alla sua fortuna. In realtà, se le due cose si vogliono collegare (e pare impossibile non farlo), Superman incarna    sicuramente di più l’ideale di superomismo di matrice emersoniana, di quel E.W.Emerson (filosofo e studioso americano) che predicava l’ideale paternalistica di un uomo superiore che mette le sue qualità a servizio della collettività.
Nato un paio di anni dopo per mano di Bob Kane e Bill Finger, Batman è l’antitesi di Superman. Tanto oscuro e lunare il primo, quanto solare e luminoso il secondo. Batman non ha superpoteri, si affida alla tecnologia. Una sorta di supereroe positivista che vede nella inventiva umana la capacità di scacciare il male e affermare la giustizia sociale. Ma anche qui, come in Superman, si nota la matrice paternalistica: l’uomo normale ha bisogno dell’eroe per aspirare ad una società più giusta, non esiste spazio per una redenzione personale dell’individuo.
E’ singolare come alla vigilia della più sanguinosa guerra che la razza umana abbia mai combattuto la fantascienza a fumetti si interroghi sulla qualità dell’EROISMO. Come è altresì singolare che, nella stesso tempo, la fantascienza letteraria, invece, si trovi su altri mondi o in altre era, per solcare le profondità dello spazio. Possibile che nessuno si accorga che il mondo si trovi sull’orlo dell’abisso? Oppure, molto più semplicemente, il fumetto e il poket di Science Fiction devono distrarre il lettore da una realtà ingombrante? Verrebbe da rispondere un po’ l’uno, un po’ l’altro. In effetti, Superman e Batman rappresentano due risposte nette e chiare (e soprattutto legate al sogno americano) alla propaganda hitleriana sulla superiorità della razza ariana;  ma la guerra? Chi pensava, sul finire degli anni Trenta che gli USA sarebbero stati coinvolti in una guerra? Anzi, molte famiglie della ricca borghesia americana, dai Rockfeller ai Kennedy, in più occasioni, avevano espresso ammirazione per Hitler e Mussolini. Ma, quando nel 1941, con Pearl Harbor, gli USA entrarono in guerra, si dovette creare una nuova forma di Supereroe ad hoc, Capitan America.
Il personaggio nasce dalla mente di J.Kirby, come elemento di propaganda durante la seconda guerra mondiale, dove rappresentava un'America libera e democratica che si opponeva ad un'Europa imperialista e bellicosa, ed ebbe un grande successo di pubblico; tuttavia con la fine del conflitto perse la sua popolarità, nonostante un (vano) tentativo di riciclarlo come cacciatore di comunisti durante i primi anni della guerra fredda.
Capitan America si impone come elemento di passaggio tra il fumetto di fantascienza e il suo sottogenere più famoso e diffuso, il fumetto supereroistico. In effetti, Cap nasce dalla solita formula magica di una scienza ai confini della realtà e, di fatto, nasce in campo fantascientifico; ma la sua vita si sviluppa nel terreno più materiale della guerra. Leggendo le sue avventure, si dimentica presto la matrice SF. Solo molto dopo, quando il personaggio tornerà in vita con la Marvel, la sua valenza fantascientifica tornerà in auge (soprattutto nelle storie di Teschio Rosso).
Cap è un eroe a tutto tondo. Fiero paladino dell’americanità prima; tornato in vita dopo una lunga ibernazione, diventa il primo feroce critico della nuova America, fino ad arrivare, in tempi recenti, ad opporsi fieramente ai dettami di una Stato di Polizia che vuole limitare i diritti umani (il crossover Civil War).
Il travagliato passaggio del fumetto fantascientifico a cavallo delle seconda Guerra Mondiale è segnato senza dubbio dal genere supereroistico; ma, in realtà, molti altri fumetti, meno noti, parlavano di viaggi interstellari, di realtà parallele, e di altro. Ma in un momento in cui il mondo era sull’orlo dell’autodistruzione, purtroppo era fin troppo facile affidare la propria fantasia e la propria speranza all’atto coraggioso di un solo uomo, il supereroe di turno. Infatti, subito dopo la guerra, finisce la golden age dei fumetti, e si assiste ad un progressivo declino del supereroe.
Bisogna aspettare quasi un decennio per veder rinascere una nuova forma di fumetto fantascientifico di stampo supereroistico. La nuova formula, ideata da Stan Lee, è “supereroi con super problemi”. Un colpo di genio assolutamente confacenti ai tempi, quegli anni Sessanta, tutti un fermento di lotte per i diritti civili, per la libertà di espressione e di pensiero, dove le nuove generazioni combattono contro le vecchie per liberarsi dai comportamenti bacchettoni e ottusi che li vogliono prigionieri di stilemi cristallizzati e anacronistici.