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In anteprima le prime due pagine del racconto Come Pietre Aguzze e Taglienti scritto insieme a Paul Di Filippo, e che apparirà nel prossimo numero di Fondazione Sf Magazine.




COME PIETRE AGUZZE E TAGLIENTI

Di

Claudio Chillemi e Paul Di Filippo


1.

23 ottobre 2101 – Versante nord-orientale dell’Etna - 2345 metri sul livello del mare.

Base rilevazione e prevenzione sismica Bellini Uno

 

La lava è una pietra aguzza e tagliente.

Si dice che quando i Greci approdarono in Sicilia la prima cosa che videro fu un’immensa distesa di lava: la chiamarono “Katane”, che nella loro antica lingua significa “grattugia”. Sull’arco sinuoso che era quel golfo fondarono una città, sfruttando il fertile terreno vulcanico. E attraverso ventisei secoli, per dozzine di volte, quella città era caduta e risorta. E ogni volta era risorta più forte.

Così, tra le montagne e il mare, aveva preso vita quello stupefacente miracolo urbano. Gli umani si erano stabiliti in quel luogo inospitale, imparando a convivere con i capricci della natura, imparando a piegare il fato alla loro volontà.

La dottoressa Adele Bruno rivolse uno sguardo fugace al Golfo di Catania, mentre ripensava alle terribili eruzioni vulcaniche che lo avevano generato. Quindi riprese ad analizzare le letture delle rilevazioni, allineate a mezz’aria di fronte a lei.

“Registriamo di nuovo quei picchi,” disse uno dei suoi assistenti.

“È tutto troppo ovvio, dottor Biondi. C’è un accumulo di quasi tre gigatoni di energia sismica, il collasso è imminente.” Il volto di Adele rifletteva la preoccupazione della sua voce.

“Dobbiamo notificarlo alla Protezione Civile?”

“Non possiamo attendere oltre. Dica loro che stiamo implementando il piano d’intervento Alfa Omega 4. Siamo a un passo da un Big One di livello undici.”

Biondi fece scorrere i display olografici finché apparve il volto ispido e abbronzato di un uomo in uniforme.

“Capitano Marcelli, stiamo per attivare il piano d’intervento Alfa Omega 4.”

“Maledizione! Siete sicuri che sia la nostra unica opzione?”

“Assolutamente,” intervenne Adele. “Mi rendo conto che il sistema di dispersione dell’energia sismica non sia mai stato testato su un evento di magnitudine simile, finora. Ma non abbiamo altre risorse. Non se vogliamo che la Sicilia sopravviva e se vogliamo evitare un raffreddamento globale di portata catastrofica.”

Il capitano Marcelli prese a picchiettarsi con le nocche delle dita la fronte solcata dalle rughe, come se cercasse di reprimere un terribile mal di testa. “Fino a questo momento, dottoressa, lei ha provato che il suo giocattolo è in grado di gestire eventi di bassa portata, tre o quattro gradi della scala Richter. Nulla di così devastante.”

Adele accennò un sorriso cupo. “Allora suggerisco di considerare la crisi in corso una perfetta occasione per testare il limite massimo della matrice!”

Il dottor Biondi sogghignò e sollevò un sopracciglio, mentre Adele Bruno volgeva le spalle al capitano. Come un’incantatrice, la donna evocò l’apparizione di bizzarre icone sull’area di lavoro di fronte a lei. Le sue mani diedero inizio a una sorta di danza sincopata e all’improvviso una mappa intricata, una fitta rete di nodi luminosi, cominciò a prendere forma.

“I punti di connessione sono tutti attivi e stabili,” disse. “Fissare le coordinate delle antenne.”

Mentre osservava impotente dal Quartier Generale dell’Esercito a Roma, Marcelli corrugò il volto in una smorfia di malcelata tensione.

Passarono quasi venti minuti, durante i quali una serie di dati numerici balenò nell’aria, come durante una partita a tombola. Poi, finalmente, la terza persona presente, un tecnico donna di nome Gabriella Sosio, annunciò: “La griglia di trasmissione è allineata.”

Il piccolo bunker corazzato che costituiva la base di rilevazione e prevenzione sismica Bellini Uno era fornito, su tutti e quattro i lati, di ampie e spesse finestre di meta-vetro fortificato, progettate per compensare le dimensioni claustrofobiche dell’edificio. Biondi ora guardava all’esterno, verso la cima della montagna: quattro gigantesche antenne a disco si ergevano sulla vetta come enormi scudi metallici illuminati dal sole.

Il loro scopo era quello di convogliare nello spazio le forze dell’inferno.

Quella mappa di nodi luminosi, costituita da più di diecimila punti di connessione, si allargò distendendosi su un’area di circa cento chilometri quadrati lungo le pendici dell’Etna. Ogni punto penetrò nelle viscere della Terra a una profondità di più di dieci chilometri. I punti di connessione avrebbero dovuto catturare l’energia sismica del tormentato pianeta, trasformando la forza tettonica in onde gravitazionali, e trasmetterne la potenza alle antenne. Quei radiatori giganteschi l’avrebbero quindi scaricata al di là della troposfera. Da lassù, una serie di ripetitori satellitari avrebbe rallentato e decompresso l’energia prima di disperderla nello spazio, scongiurando così qualsiasi pericolo o danno.

[...]


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