mercoledì 27 maggio 2020

Fondazione SF Magazine 20 Anniversary

Torniamo indietro nel 2002, al numero 2 della nostra rivista, e vediamo la recensione di uno dei primissimi film tratti dall'Universo Marvel, il primo Spiderman di Sam Remi.
Buona Lettura.


 Spiderman: il FILM!
Di Claudio Chillemi 

Da quando la grande famiglia degli eroi Marvel è entrata a far parte della ancor più grande famiglia della Sony, l’associata per il cinema della società nipponica, la Columbia, ha messo in cantiere più di un film sui supereroi; a Spiderman seguiranno Hulk, Devil, i Fantastici 4, il secondo film sugli X-Men. Insomma, per gli appassionati di quelli che in America vengono chiamati comics e in Italia fumetti, si preannuncia una stagione calda. Quello che stupisce, però è che, al contrario del passato, si assiste ad un rispetto maggiore della fonte da cui questi film hanno origine; mentre una volta i vari Superman, Batman e compagnia erano riproposti in film che poco o nulla avevano a che fare con le storie di carta colorata, tranne per i personaggi, e anche questi con molti distinguo; oggi, già con il primo X-Men, gli sceneggiatori hanno pensato che, se una storia funziona in un fumetto, perché non dovrebbe farlo anche al cinema? E da questo punto di domanda sono partiti per creare pellicole dal sapore fortemente fumettistico, ma con un solido apparato cinematografico.
Questo è il caso di Spiderman. Atteso da tempo da milioni di fan, il film di Sam Remi si avvale per la sceneggiatura dell’ormai mitico Stan Lee, il creatore del vero e originale “amichevole uomo ragno di quartiere”, colui che ha forgiato l’ormai mitica formula “super eroe con super problemi”. Lee, ormai ultrasettantenne, deve aver dato un serio contributo alla sceneggiatura e all’intreccio della pellicola, che, in linee generali, riassume la prima parte delle avventure di Spiderman, quelle che vanno dai primi anni sessanta ai primi anni settanta. La capacità degli autori del film è stata quella di attualizzare quelle splendide storie senza snaturarle, impostando l’intero percorso narrativo su un binario di semplice quotidianità, che poi è stata la chiave del successo dell’uomo aracnide. La tranquilla vita di una famiglia che vive alla periferia di New York, dei ragazzi di liceo che si avviano all’università, due vecchi coniugi, emblemi di una rassicurante esistenza; e poi, la tragedia, l’imprevisto, la pazzia, il dualismo. Ecco, il dualismo, il doppio, l’anima gemella che sta dentro di noi, quella che i latini chiamavano alter ego, è il vero protagonista del film. In tutta la pellicola, ogni singolo personaggio soffre di un profondo dramma interiore che lo porta ad un vero sdoppiamento di personalità: Osborn padre che diventa Goblin; il figlio di questi, sempre teso tra l’affetto per il padre e l’odio verso il genitore, che corteggia Mary Jane, oggetto dell’amore del suo migliore amico, Peter; Peter, che è sia un simpatico ma imbranato studente, che l’incredibile Uomo Ragno, ma nello stesso tempo è nipote dei suoi tutori, ma anche in parte figlio adottivo; e poi Mary Jane, che simpatizza per Peter, ma sta con Hanry Osborn, che vuole fare l’attrice ma lavora in un fast food…Insomma, un gioco delle apparenze che appartiene in tutto e per tutto alla nostra società, sempre tesa a dimostrare di essere ciò che non è, e ad apparire ciò che non sa essere.
Analizzare la storia, però, non esaurisce il discorso sul film, che, prima di ogni cosa, è una narrazione visiva. In una parola, tutto questo dramma interiore, questo dualismo come viene reso sulla pellicola? Partiamo col dire che i due attori principali sono di grande efficacia: Dafoe nel ruolo di Osborn/Goblin da vita ad una magnifica ed intensa interpretazione, sfiorando più volte il parallelismo con Jakyl/Hyde, ammirevole è la discussione che fa con l’altro se stesso allo specchio. McGuire, è, poi, un Peter Parker perfetto, minuto, insignificante, timido e compassato, senza maschera; sfottente, gradasso, e irriverente con la maschera. E, a proposito di maschere, e riallacciandoci al discorso sul dualismo, di grande impatto visivo ed emotivo, è la scena finale del film, quando Spiderman combatte con parte del volto scoperto, mentre il costume è a brandelli distrutto dai violenti colpi di Goblin. Il super eroe non è nudo, è umiliato, quasi che qualcuno stesse grattando via la sua patina di perfezionismo per tirar fuori l’uomo, quello che sta dietro la maschera. Un tocco di classe preso pari pari dal fumetto, che arricchisce la pellicola di un grande significato simbolico.
Un altro grande merito del film, che non possiamo non citare, è la mancanza del lieto fine. Certo, a parte zio Ben e Goblin,, che muoio come è nel loro destino, non muore nessuno (mentre nel fumetto Parker perde la sua prima ragazza, Gwen, qui neanche citata); ma, alla dichiarazione d’amore di Mary Jane, Peter risponde in modo del tutto inatteso per gli spettatori, ma non per i veri conoscitori del fumetto: “ti posso dare solo amicizia, grande amicizia, ma nulla più…”, perché Peter sa benissimo che non può impegnarsi seriamente con nessuno, se deve portare a termine la sua missione come Spiderman.
In conclusione, quindi, un buon film, dove gli effetti speciali, che pur ci sono, non diventano la base della storia (anche per questo, noi, non ne abbiamo parlato), ma un giusto contorno; dove non si indugia quasi mai nei facili americanismi, tranne nel ritrarre qualche scena di costume (la villetta unifamiliare, il giorno del diploma, ecc…); dove non manca spazio per qualche velata ma efficace polemica sociale (“dopo 35 anni, licenziato e senza un soldo”, si lamenta zio Ben, e pensare che in Italia si discute ancore sulle pensioni…). Cosa aspettarci, allora? Che il secondo film su Spiderman, a cui il primo rimanda senza appello, segua lo stesso filone, magari facendoci vedere qualche bella storia a sfondo psicologico come “L’ultima caccia di Kraven”, che ha illuminato la serie a fumetti sul finire degli anni ottanta, speriamo…


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